III° Frammento: L’ipnosi.
Passò una settimana da quella mattina e forse un'altra ancora, prima che io mettessi in pratica ciò che avevo letto così avidamente nel piccolo diario dalla copertina rossa.
Nel primo di questi tentativi, capitò esattamente quanto qui riportato. All’ora di pranzo di un lunedì, io e la Rossa di comune accordo, decidemmo, vista la bella giornata, di andare a prenderci qualcosa al bar sul belvedere della capitale.
Alla conclusione di un veloce spuntino, ritrovandoci seduti all’interno della macchina, stabilimmo di effettuare una prova di quanto avevo letto.
Prima che io inizi a raccontare, fatemi ammettere a distanza di anni, quanto immaturo e impreparato fossi a quel tempo.
Pensate, provai ad ipnotizzare la Rossa in pieno giorno, in un’automobile e con un passaggio di turisti così elevato che sembrava di essere in un formicaio a natale.
Chiunque avesse avuto un briciolo di buon senso, avrebbe dato per scontato il fallimento del tentativo, e quindi ci avrebbe rinunciato.
Nulla di più errato posso confidarvi ora, il buon senso non sempre ci aiuta, molte volte ci frena e ci fa sbagliare la battuta.
In quell’occasione, l’essere da sempre un impulsivo mi aiutò, ora vi spiego come.
Per la Rossa sottoporsi a quel tentativo assumeva un significato completamente diverso dal mio, per lei era la sublimazione del suo egocentrismo, mentre per me, il tutto assomigliava ad un gioco affascinante e misterioso.
Appena fummo pronti, le chiesi di chiudere gli occhi e di concentrarsi su quello che da quel momento in poi avrei detto.
Diffidente ma propensa all’eseguire quell’esperimento, si collocò al mio fianco, mentre io pronunciavo con voce calma e suadente una serie di numeri, che avevano l’intento di condurla in uno stato ipnotico.
Di tanto in tanto, soffermandomi sulla numerazione in alcuni punti, le ricordavo di continuare a seguire la mia voce, convincendola di una sua temporanea stanchezza.
Passati sei o sette minuti dall’inizio dell’operazione, all’improvviso provai un profondo imbarazzo davanti a quel contesto dove la mia mente logica dava i primi segni di rifiuto, tuttavia tenendo duro riuscii a superare quell’impasse.
A quel punto provai a chiedere alla Rossa come stava, ma alla mia domanda lei non rispose, poggiata com’era allo schienale.
Immersa nei suoi capelli, sembrava tranquilla, molto tranquilla quasi dormisse.
Con calma allora riformulai quanto chiesto poco prima, ma anche a quella richiesta nessuna risposta venne.
Alquanto dubbioso e sfiduciato alzai il tono della voce, intimando alla ragazza di rispondermi, ma ancora una volta nessuna voce mi controbatté.
Davanti a quella situazione spiacevole credutomi preso in giro, deciso, la strinsi sul braccio cercando di procurargli del dolore, al fine di porre rimedio a quella stupida commedia, ma anche a questa soluzione la Rossa rimase irremovibile al suo posto.
Posso dirvi con certezza che quella presa avrebbe fatto male a chiunque, ma non alla Rossa la quale rimase ferma come la sfinge.
Davanti a quell’episodio iniziarono a susseguirsi in me contrastanti sensazioni, da una parte c’era il dubbio di quel che stava accadendo, dall’altra una leggera euforia per quel suo stato di pseudo catalessi.
La mancanza delle sue risposte non dimostrava niente ma gli evidenti segni d’insensibilità al dolore, quelli sì!
Dopo vari e ripetuti tentativi di dissuaderla dal continuare quella farsa, le dichiarai che se di lì a poco avesse continuato con quel suo stupido atteggiamento gli avrei sbottonato la camicetta in pieno pubblico.
So a cosa state pensando, ma in certe occasioni le soluzioni più semplici, anche se di dubbio gusto, possono ritenersi le più ottimali.
Così detto, allo scadere del tempo prestabilito iniziai a sbottonare scendendo d’asola in asola.
Al quarto pomellino dorato e alla vista del suo reggiseno e al sopraggiungere della mia vergogna, dovetti desistere.
Tra le tante sensazioni provate, la più manifesta e preponderante fu il dubbio sulla validità dell’esperimento.
Deciso ritornai sui miei passi iniziando il processo inverso a quella suggestione ipnotica.
Le mani e la fronte stranamente sudate erano l’evidente stato d’apprensione che avevo, ma questo non mi condizionò, così fermo e determinato continuai a fare come prescritto dal manuale.
Al termine della formulazione numerica, in un momento di silenzio, la Rossa rinvenne, chiedendomi il perché io non procedessi con quanto avevo detto.
A quel suo dire bloccato e stupito mi resi conto che lei non si era accorta di nulla.
Tanto e vero che alla mia domanda se per caso aveva sentito dolore da qualche parte del corpo mi rispose negativamente, poi aggiunse, perplessa come mai avesse la camicetta sbottonata.