venerdì, 28 marzo 2008
XVII° Frammento: Stupidi espedienti.
 
                        Io e la Rossa nel frattempo mettemmo su un piccolo ristorante, nel quale passammo lavorando quasi due inverni.
Con le capacità della Rossa che nel frattempo erano venute sempre più in evidenza, avevo disposto un piano sciocco e vergognoso per alimentare la nostra clientela.
All’arrivo dei consumatori scegliendo un tavolo a caso, mi univo a loro invitandoli ad un gioco.
Stabilivo che alla fine della cena, avrei detto come fa un veggente, un particolare, sulla vita passata, di uno dei presenti.
Nel caso in cui avessi indovinato, li invitavo ad intervenire in una futura serata, magari portando altri amici.
Nel frattempo che li intrattenevo, alla Rossa bastava prendere in mano un oggetto e farlo girare in modo ripetitivo per entrare in contatto con quella parte universale che aveva la facoltà di sapere ogni cosa, la memoria totale.[1]
Già in quel periodo alla Rossa non serviva più essere ipnotizzata per entrare in trance, le bastava volerlo.
In molte sere questo tipo di gioco appassionava me e i clienti, mentre alla Rossa la cosa iniziava a dar fastidio.
Voglio ricordare solo la sera in cui entrarono due giovani avventori i quali decisero di stare al gioco nonostante che in loro ci fosse scetticismo.
A metà serata appena la Rossa mi seppe annunciare che uno dei due aveva avuto un incidente da poco e nel quale si era rotto un braccio, immediatamente mi diressi verso il loro tavolo.
Mi piaceva suggestionare le persone e quindi prima di raccontare quanto sapevo, costruivo un po’ l’atmosfera per poi infine confidare quello che mai avrei potuto conoscere.
In quell’occasione però i ragazzi si limitarono a minimizzare quanto avessi detto, affermando che quello era giusto un colpo di fortuna, niente di più.
Notevolmente contrariato ritornai in cucina dove trovai una Rossa ancor più infastidita del solito a causa della mia testardaggine nei confronti di quelli che definì due stupidi ragazzini.
Voleva che lasciassi stare, sostenne che quello non era il sistema per andare avanti.  Pressata dalla mia insistenza fu costretta a riportarmi un fatto di uno dei due così privato che aspettai la fine della serata per raccontarlo. Attesi il pagamento del conto e il loro avvicinarsi alla soglia d’uscita per lanciare la mia seconda veggenza.
Nello stringergli la mano, riferendomi a quello più canzonatore, dissi, - Non sentirti troppo fiero delle tue convinzioni, se poi alla prima occasione sei costretto a rimangiartele, accetta i tuoi limiti e rispetta la parola di tuo padre se non sei in grado di mantenerti -.
Sapevo di una sua fuga da casa che lo vide costretto a tornare e a sottostare al volere del genitore, il quale poi gli aveva intimato diverse condizioni di vita.
Il ragazzo preso sul vivo di quel ricordo mi guardò oscurando il suo sorriso beffardo, questa volta sentendosi colpito e affondato, mi chiese di rientrare, anche lui voleva sapere. 
 
 
 
                        Quella stessa sera, volarono parole forti tra me e la Rossa, termini duri, nei quali sostenne che si era stancata di quella vita e del modo con cui erano usate le sue capacità.
Dopo un silenzio durato il tragitto che ci divideva dal ristorante a casa, cercando di scusarmi, le domandai perché non mettesse al servizio del prossimo, quelle sue facoltà, ricordandole che poteva fare del bene.
Lei mi rispose che questo non era il suo compito.
Ognuno deve badare a se stesso, nel miglior modo che può.
Quella dichiarazione al momento passò inosservata, mentre un pensiero costante continuava a sostenere la mia teoria.
Poi la Rossa aggiunse qualcosa che accrebbe la mia curiosità. Inaspettatamente, infatti, affermò di attendere, perché alla fine sarebbe giunto anche il mio momento.
Quella sera, in via del tutto straordinaria, la casa mi serviva un piatto speciale, come se io fossi un cliente d’eccezione, un piatto che non andava consumato subito, ma in un futuro imprecisato. Qualcuno mi aveva invitato ad una cena, ma non sapevo dove e quando.
A quell’annuncio le chiesi di comunicarmi delle altre informazioni, ma lei mi rispose così.
- Arrivare prima in una stazione ferroviaria non determina l’arrivo di un treno, se quello non è il suo orario, attenderesti inutilmente!-
Lo stesso, deciso e testardo la implorai. - Dimmi di più! Volevo a tutti i costi sapere. Lei allora mi accontentò.
 


[1] Vedi più avanti c’è un paragrafo che spiega la memoria parziale e quella totale.
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categoria:17° capitolo - libro
martedì, 25 marzo 2008

 

AL SOLO PENSIERO
 
Quando penso a te
lascio la mia vita al bordo
dei sentimenti,
per poi sedermi
dove gli occhi
possano vederti
senza l’interferire
delle ombre della sera,
necessità questa
per non porre mai
tra noi alcuna distanza.
Il mio immaginarti
è come il tendersi dell’arco
prossimo allo scoccare
di una freccia, e te
il nitido bersaglio
ove giungere
senza che alcun limite
possa impedirmi  il
passaggio.
In questo modo so di attraversare
vento e luce,  suono e materia,
il che significherebbe oltrepassarli
come fa il delicato pronunciarsi
dell’arcobaleno nel cielo.
Lì, in quell’attimo ho imparato
che presto mi troverò
dove inginocchiati sono
gli amanti di ogni storia,
pietrificati dai moti perpetui del tempo,
dove si rimane ancorati all’attesa
se non si ha l’ardire di piegarsi
all’Amore...
 
Quando penso a te
le mie idee sanno
valicare ogni senso terreno,
...è così che ti avverto,
mentre giungo all’essenza
scaturita dal tuo solo voltarti,
...è così che ti attraverso
mentre divengo con te
un'unica forma.
 
Descrivere quel momento
sarebbe come macchiarlo,
sarebbe come sminuirlo,
perché nel  suo delicato candore
quell’Amore sa rendere etereo
e magico ogni passo intrapreso,
come sa fare la fiamma di una candela
mentre cesella e modella la cera.
 
Quando penso a te
è come se ascoltassi l’Amore rispondermi.
Lui mi racconta di eventi
che non conosco, ma che so esistere...
e seppur non odo la sua voce,
Lui sa riempirmi come solo tu sai...
in ogni dove il cuore.  
ENRICO CARLOSTELLA    
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categoria:poesie d amore
lunedì, 24 marzo 2008
XVI° Frammento: Mia madre.
 
                        Di sfuggita anche mia madre è stata partecipe di questa fantastica storia, un’accompagnatrice di una sola fermata, giusto il tempo di entrare nello scompartimento del mio treno, per poi ridiscenderne poco dopo.
Ricordo così bene il perché e il percome di quell’avvenimento nonostante gli anni siano già alle nostre spalle.
Rammento addirittura il luogo ove capitò e quel che ci dicemmo.
Fu in un bar, ma non di persona e tutto si svolse in due conversazioni telefoniche.
Erano passati circa sei mesi dai primi eventi ed io dovevo comunicare a qualcuno della Rossa e della Voce, ero costretto condividere quel segreto troppo ingombrante perché tenuto dentro. Dopo un’attenta riflessione, la preferenza cascò su di lei. Da sempre l’avevo considerata la figura ideale per una confidenza, una donna di fiducia, aperta al confronto e ai colloqui più disparati, una spalla ideale, uno scrigno chiuso ad occhi indiscreti.
Sapevo però che dovevo esser cauto nell’esposizione dei fatti, purtroppo quegli argomenti rimanevano una linea di confine, intangibile ed estranea ai più. Dovevo si parlare, ma con prudenza.
 
 
 
                        Un pomeriggio rotti gli indugi, la chiamai dal bar di sotto casa, una telefonata per me carica di significati, una verifica per saggiare cosa provava chi era al di fuori di quelle sperimentazioni.
In breve le enunciai in rapida successione quello che mi stava capitando, un po’ come fino ad ora ho fatto con voi, e lei come voi dopo avermi ascoltato attentamente, mi chiese una prova riscontrabile.
Voleva una verifica di quel che si andava dicendo, voleva sottoporre me e la fatidica Voce ad un esame, intendeva toccare con mano.
Sicuro di me accettai la sua proposta, che nulla era impossibile per l’universale conoscenza che la Voce possedeva.
Così accettai, senza pormi il problema se la Voce intendeva, o non, sottoporsi a questo sciocco trattamento.
La domanda a cui io dovevo fare da tramite, fu inerente allo stato fisico di mia madre, la quale mi accennò a delle vampate di calore che durante il giorno la avvolgevano creando in lei alterazioni corporee.
La risposta a quel quesito fu molto semplice tanto più che la Voce nel proferirla dal volto della Rossa accennò ad un sorriso.
 
 
 
                         - Sta solo perdendo le sue capacità generative. Vive un momento delicato della sua vita dove c’è un mutamento sensibile, le donne lo avvertono in questo modo -.
 
 
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categoria:16° capitolo - libro
venerdì, 21 marzo 2008
Bella!
Bella nei tuoi intensi occhi!
Bella nella fragranza dei tuoi sorrisi.
Così ti voglio amor mio,
nel profumo dei giorni
colti solo per me a primavera.
Tu sei bella come un bacio rapito
e ad occhi chiusi portato
nel profondo.
Bella come un sorso d’acqua
che sgorga da te che sei fonte
ispiratrice dei miei scritti.
Tu che rimani impressa nella mente
come un alone di mistero
che serbo solo per me
trascurando il mondo.
Bella a dispetto del tempo
che sorvola segnando,
bella come una musica
che ti prende danzando,
bella come non so esprimere...
tu che mi dai da vivere...
oggi e per sempre.
Enrico Carlostella
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giovedì, 20 marzo 2008

 

A MEMORIA
 
A piedi scalzi ho attraversato strade
lasciandomi alle spalle il dolore
che con obbligo ho calpestato,
riconoscendolo nonostante tutto,
artefice della umana crescita
condizione ultima della mia elevazione.
Ero in fila, schiena a schiena,
pronto a marciare per qualcosa
che nessuna mano afferra...”la libertà”
Ero lì non per un mio interesse,
ma per chi non ha gambe,
per chi non ha voce, e per chi come tanti
si nasconde credendosi al sicuro.
Ero nella pioggia dei miei stessi fratelli
e con loro ho nuotato alla ricerca di nuove rive
dove il cielo ha il colore della speranza.
Il mio nome e il tuo nome
comunque sarà, rimarranno uniti nel vento,
comunque gli eventi,
sparsi nel turbinio purificatore
che la pioggia da alla vita.  
ENRICO CARLOSTELLA
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mercoledì, 19 marzo 2008
Per te che mi sei padre
 
 
Ti scrivo in questa sera che non prendo sonno.
Ti scrivo appoggiato al confine delle interminabili
sequenze che giungono a prendermi per portarmi
dove tu… m’aspetti.
Mi piace immaginarti ogni volta allo stesso angolo
accanto alla porta che si apre.
Ad ogni ritorno mi accogli senza dir niente,
quasi delegassi al posto della tua voce
le esperienze che lasci che io coltivi 
per farne poi poesia.
A me basta solo chinarmi
per raccoglierle, e a farlo non sono
le mie mani, ma i pentimenti
che tu lasci affiorare
nelle trame del mio confidare,
fiori che dispongo per renderti omaggio.
In questi appuntamenti senza orari
nati dal bisogno di sentirti vicino,
mi sento più vero, perché
non c’è programma, ma solo
il soffio del vento
desiderato da entrambi
come unica voce.
E se anche di te non ho visione,
sento che mi posso fidare,
ed è per questo che ti lascio vedere nella sua totalità
il mio cuore… anch’esso venuto
in punta di piedi al tuo cospetto.
 
Ti scrivo in questa sera perché tu sappia
di questi pensieri venuti a contemplare
il tuo regno dove si può entrare senza bussare,
giunti come d’innanzi ad una meta
dopo un lungo viaggio.
Posso dirti che anche il solo
immaginarti ha la sua valenza,
per questo esser qui,
mi ripaga di ogni attesa,
per te che hai
sotto il tuo balcone
altri miei fratelli
che come me
vorrebbero
anche un solo tuo sguardo...
Enrico Carlostella
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martedì, 18 marzo 2008
ANIME ALATE
 
 
 
Mangi cioccolata bianca arricciando il naso.
Seduta sul letto mi guardi mentre davanti allo specchio
passo distratto nella trasparenza della tua veste...
Hai piedi piccoli, e ciocche di capelli sparsi...
nel tempo in cui sulle gote pronunciate
hai baci di chi ti ha appena amato.
 
Ti chiamo amore, ma so bene che non è il tuo nome.
Lo dico quasi a voler mettere una cornice
a quell’onda che irrompe nei nostri giorni
fatti di convulsi atteggiamenti provocatori...
Bisogni  e sogni di anime alate.
 
C’è musica nell’aria e luce in ogni abbraccio.
Caleidoscopici vortici dove la pelle
sfiora e sprofonda in ondulate movenze
di chi assale mentre a turno ci si arrende.
 
Ho voglia del tuo fare che
fa carta straccia delle mie parole,
emozioni che non hanno senso di esistere
tra cose fuori posto delle nostre
vite...senza ore ne rumore.
 
Mangi cioccolata e sul letto
mi chiami a ripetere quel che è stato,
vorrei chiederti il senso di tutto questo,
ma le mie parole tornano ad essere
nuovamente inutili , come lo
sarebbe la luna in pieno giorno.
Enrico Carlostella
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domenica, 16 marzo 2008
XV° Frammento: I poteri della Rossa.
 
                        Da quella sera iniziai ad avere con la Voce contatti quasi giornalieri.
Quando qualcosa le impediva di venire, allora al suo posto s’infiltravano altre anime, di solito di persone morte in circostanze violente.
Il vagare senza pace di questi trapassati, li poneva alla mia attenzione come elementi di studio e di curiosità, ma Lei la Voce, restava notevolmente l’entità da me preferita.
Alcune sere dopo la sua prima venuta, la Voce mi raccontò come la Rossa acquisì queste possibilità di tramite, tra ciò che era fonte d’energia pura e corpi terreni.
Questo episodio risaliva a quando la Rossa aveva non più di tre anni.
Il fatto avvenne un giorno in cui tutta la sua famiglia di ritorno da un viaggio, si scontrò frontalmente con una macchina proveniente nel verso contrario.
Nel violento impatto gli occupanti dell’autovettura che procedeva in senso opposto cessarono di vivere, mentre la famiglia della Rossa riportò gravi e diverse conseguenze. La madre subì uno choc così drammatico che per più di un anno rimase ricoverata in un centro specializzato di neuropsichiatria. Anna Laura la sorella più grande, dovette subire diversi interventi per la ricostruzione del viso, mentre il padre uscì da quell’incidente con poco e niente.
La Rossa dalla sua, urtò la testa nell’emisfero superiore proprio dove posta è la calotta cranica, riportando una lieve lesione su questa ultima.
Quel punto, mi riferì la Voce, determina il collegamento tra la nostra singola energia vitale e quell’universale.
In quel frangente sempre la Voce dovette entrare per la prima volta in soccorso nella vita di quella ragazza, ponendo rimedio a quella che altrimenti sarebbe stata la sua ultima ora.
L’entità mi confermò che quella sua interferenza poteva esser decisa solo nel caso in cui la persona in questione rischiava di alterare il tempo prestabilito della sua vita.
Da quel momento in poi, la leggera lesione sulla parte superiore del cranio, le avrebbe procurato ogni tanto dei mal di testa, per la pressione che c’era tra il cervello e quella parte non completamente saldata. Questo faceva sì che da quell’istante in poi, la sua capacità di collegamento nei confronti dell’universo spirituale era come una porta aperta metà.
Questa porta sarebbe rimasta semichiusa se io un giorno non l’avessi dischiusa del tutto per via della mia curiosità, se non avessi tentato tramite lei di mettermi in contatto con il suo profondo.
                        Ricordare tutto ciò che avvenne in quegli anni è difficile. Dopo quel tempo tutto è stato da me nascosto e seppellito, quasi rinnegato, quindi è ovvio che ora qualcosa sarà tralasciato.
La mia memoria è una sola e non potendo fare affidamento su gli altri partecipanti, continuo a raccontare senza uno schema ben preciso, un po’ come faccio nelle mie poesie.
In quelle righe, come in queste, pur non essendoci un’idea iniziale, alla fine, tutto appare come un’intelaiatura perfetta, quasi programmata in anticipo. Posso affermare che questo accade anche con la vita, proseguite in questo racconto e ve ne renderete conto.
 
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categoria:15° capitolo - libro
venerdì, 14 marzo 2008
A TE…
 
Mentre leggi il menù
nel vedere i tuoi
occhi assorti
già scrivo
sulla tovaglia
della mente,
e con pensieri nuovi
fotografo gli istanti
di questo viaggio
partito dall’anima per arrivare
al cuore.
Guardo i lineamenti del tuo viso
e mi sorprendo ad amarti
tra le candele accese che
t’illuminano
complici i pensieri
che prendendoci per mano
ci accompagnano
in questo nostro amore
fatto di piccole briciole di pane.
Sei bella, ma dirtelo
disturberebbe la melodia
di questo silenzio
improvvisatore
di composizioni
udibili solo da chi si ama.
Guardo i lineamenti
del tuo viso
e mi sorprendo ad amarti
così da desistere lasciandomi
andare a te…solo a te.
 
Enrico Carlostella
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categoria:amore
martedì, 11 marzo 2008
L’HO FATTO
 
 
 
Senza che ne ricordi il perché ho scritto,
mentre la vita mi calzava in giorni densi
in ogni dove, tra le braccia di amori
che ho trafitto nell’ingenuo mio andare,
come fa lo sbattere d’ali di una farfalla in volo.
 
Avevo gli occhi di chi gira il mondo
convinto che le parole potessero esser
la sola chiave di ogni segreto, e così è stato,
sin quando versai fiumi d’inchiostro
su pagine aperte come lo è il cielo.
 
L’ho fatto colorando le idee
e con te lo rifarei in un altro giro di giostra
nell’arcobaleno di un bacio trattenuto,
come fa il filo di un aquilone
nelle dita di noi bambini
dalla voglia di avere.
 
Ho scritto accompagnato dalla luce
di un altro me nascosto all’interno,
lui musicava dove le lune erano opache,
ed io seguivo la scia in danze
che proiettavano sogni in tele da film.
 
L’ho fatto chiedendo, urlando, piangendo.
L’ho fatto raccogliendo, ascoltando,
e di gioia vestito,
e con te lo rifarei in un altro giro di giostra
nel caldo che proviene
dalle mani che mi hanno saputo
stringere qualunque siano state le distanze.  
postato da: provaacapire alle ore 19:06 | Permalink | commenti (1)
categoria:poesie d amore