domenica, 29 giugno 2008

 

LASCIA CHE LO SCRIVA
 
 
Se ti avessi detto quello che avevo nell’angolo più remoto del mio cuore,
cercandole giuste parole, son sicuro che ogni tuo bacio sarebbe stato
come l’anello di una catena difficile da spezzare per quanto eterna.
 
Perché quando si ha l’amore dentro come l’ebbi, nessun ostacolo
può sembrar arduo da superare, soprattutto quando ad illuminar la via
ci sono occhi grandi come i tuoi, fari senza indugio alcuno.
 
Sarebbe bastato solo fermare il camminar del mondo e stringere i pugni
perchè l’esitazione venisse meno così come  il sospinger del vento avrebbe
dettato quello che è di più semplice pronunciare, bastava solo un “ti amo”
 
Non bisognava rubarlo dalle pagine scritte di un libro, ne comprarlo sul banco del mercato
e neanche colorarlo occorreva perché il bianco e nero di un abbraccio
sa tenere, intrecciare, saldare anche il più piccolo degli amori.
 
Se ti avessi detto quello che avevo nell’angolo più remoto del mio cuore,
oggi non starei qui a scriverlo per quegli amanti distratti
che come me ancora piangono nel silenzio più desolato di un altro tempo.

Ma se anche questo non ha nessun significato lascia almeno che io ora lo scriva.

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categoria:amore, poesie d amore
giovedì, 26 giugno 2008
XIX° Frammento: Giorgio.
 
                        La Voce parlava con me abbastanza spesso, ma alcune volte, su mie continue pressioni, riportava anche di più di quel che poteva, il che le comportava delle sanzioni da parte della Luce[1], una di queste era il divieto a venire.
In una di queste assenze, al suo posto venne un bambino che mi disse di chiamarsi Giorgio. La cosa mi turbò molto perché non mi era mai capitato di aver a che fare con persone scomparse giovani. Fino allora i contatti furono solo con adulti e quindi il sentire la sua storia, suscitò in me una diversa partecipazione.
Giorgio mi raccontò che si era sentito attratto dalla possibilità di poter parlare con una figura diversa da quelle che lui chiamò le Piccole luci[2].
Al mio generico richiamo di sempre, venne avanti con lo stesso timore che avrebbe avuto un bambino educato a fronte di sconosciuti. Sottovoce chiese il permesso di poter parlare.
Sapeva che farlo con le persone in vita non era consentito ma non essendo ancora integrato nella condizione di luce effettiva, a causa della sua morte violenta, decise incuriosito di farsi ugualmente avanti.
Affermò che l’unica cosa che ricordava era la sua città natale Torino e la data dell’infausto giorno.
Fatto questo, strano, che non combaciava con quanto riferitomi da altri trapassati, i quali non avendo cognizione del tempo e del suo trascorrere, rimanevano spaesati nella cronologia delle date.
Iniziò riferendomi che poco prima del nostro incontro, era a giocare con Mustafà, un bambino egiziano della sua stessa età, ma che poi vista l’occasione s’immise nella scia che la Rossa adoprava quale ponte tra i due mondi.
Da un lato era contento di questa sua nuova esperienza, ma nel frattempo sentiva riaprirsi in lui un dolore nei confronti della madre la quale, ancora viva, spesso lo pensava.
A tenerlo ancorato nel limbo delle morti violente, c’era l’idea costante che lei aveva di lui, un vincolo questo che lo tratteneva, rendendolo non del tutto libero dall’involucro sensoriale della precedente vita.
Difatti i suoi ricordi, associati a quelli della madre, anche se parziali contenevano ancora eccessivi legami con il suo trascorso d’essere umano.
In seguito ad una mia richiesta, raccontò il suo ultimo giorno con una dolcezza difficilmente riscontrabile nelle persone viventi.
Tanto è vero che alle sue ultime parole, trattenni a stento le lacrime, per quanto carico d’emozioni fu il racconto.
Il 10 Aprile aveva un significato così importante per Giorgio, che nonostante non ricordasse la sua età e l’anno in cui accadde il fatto, teneva ancora in se quell’assurdo particolare.
Quella data veniva da lui associata al tragico epilogo che avvenne nella sua casa, in un momento in cui la mamma si assentò per andare a prendere in pasticceria quella che doveva essere una sorpresa.
Giorgio, prendendo al volo l’occasione di quell’assenza, decise di provare di nascosto quello che doveva essere il momento clou della giornata, lo spegnimento della candelina sulla torta.
Triste a credersi; ma quello era il giorno del suo compleanno.
Nel provare e riprovare, in un ennesimo tentativo, il fuoco della piccola torcia cadde sul pavimento ricoperto da moquette, il che causò un incendio nel quale Giorgio morì.
Ecco svelato il motivo della sua permanenza nel limbo delle morti violente, quel bambino era ancora vincolato al mondo terreno dai ricordi della madre, e dalla data di quel giorno.
Quel compleanno così voluto, desiderato, e il pensiero della mamma e dei suoi giochi ancora riposti sulle mensole nella cameretta, determinavano il suo stallo nello spazio temporale dove non si era né di qua né di là.
Per questo venne a parlare!
Voleva che io facessi sapere alla madre la sua condizione.
Mi chiedeva di liberarlo, ma io non sapevo come.
                        Per alcuni giorni pensai a quel bambino e alla sua triste storia.
Il più evidente dei pensieri era destinato a quella donna nell’attesa di un ritorno che non sarebbe mai stato.
Rammentavo spesso nel silenzio le parole che Giorgio pronunciò quella notte, dove mi descriveva le sue cose personali ancora tenute dalla premurosa mamma ordinate, come se lui fosse ancora lì.
Mi parlò dei giocattoli e dei suoi libri, dei vestiti, e delle foto che lei spesso si soffermava a guardare.
Imitando altri trapassati, Giorgio provò anche a comparirle in sogno, ma questo a lui non riuscì.
Lo stretto controllo da parte delle Piccole luci, fu la causa di quel fallimento, alcune di loro erano destinate a quest’incarico.
Passati altri giorni dal quel momento decisi di provare ad incontrare la famiglia di quel bambino, ma non sapendo come fare, ricontattai Giorgio, che ritornò in una notte d’inizio estate, nel silenzio della campagna dove andai ad abitare con la Rossa.
Il bambino anche quella volta giunse al mio richiamo velocemente, ma la nostra conversazione durò giusto qualche minuto, il tempo di farmi dire il cognome della mamma con associato un particolare che solo lei poteva sapere.
- Nel passarmi una mano tra i capelli mentre mi addormenta mi dice sempre che solo io, ho i capelli come “il biondo grano”. 
 
 
 
                                                 
 
 
                                                
 
 
 
                        Quella frase risuonò in me come una cantilena per diverso tempo.
In quel modo di dire, era racchiusa la descrizione di un attimo d’amore, come solo una mamma poteva dare. Un volo d’ali, che non ha bisogno di vento, un perpetuo messaggio scritto da mani sapienti, le quali solcano e calmano le onde di riccioli in tempesta.
Forse iniziò lì e nel gesto di quella mano, la remota consapevolezza di una paura che, seppur lontana, era in cammino.
Agli occhi di un’anima di madre, nulla si può nascondere.
Convinto e deciso cercai di contattare quella donna, ma aimè il telefono come quello della sorella era intestato ai rispettivi mariti, i quali con cognomi diversi si opponevano inconsapevolmente alla mia testarda voglia di entrare in quella scena. Cadevo per la seconda volta nella tentazione di fare di testa mia.
Tempo dopo, seppi da un altro spirito che quella donna morì per la sofferenza in una chiesa, quasi a voler liberar se e il figlio, da quel vincolo che li teneva per il grande amore, uniti anche oltre la morte.
                                                                                 
 
 
                         - Mi chiedi il perché della morte!
Me lo chiedi guardando il capo di un filo, affermando che alla sua estremità non c’è seguito. Mi chiedi di sapere, e altre domande pone la tua mente, mentre in vortici e turbinii, è alla ricerca di risposte che plachino e giustifichino, le tue ansie. Ricorda esse sono nate dopo di te!
Sappi ragazzo che quella che tu credi una fine, è solo la parziale visione che i sensi danno hai tuoi occhi. Una capacità che seppure ampliata da apparecchiature sarà il limite per quel tuo ragionevole comprendere.
La vita è paragonabile ad un vestito che indossi per il ballo di quest’esistenza, una danza dove non c’è alcuna prova da superare, nessun errore da riparare, poiché questa è solamente una rappresentazione da eseguire.
Ti chiederanno di ballare! Ti ordineranno di ballare! Ti obbligheranno a ballare! Fintanto che t’accorgerai che il prezzo per mantenere intatto quel vestito sarà alto, ma tu ti aggrapperai ostinato a lui, tenendolo sdrucito, spiegazzato, scolorito.
Ma se tu ballassi senza vedere i tuoi passi, e volteggiassi su quel pavimento per come ti senti dentro, avvalendoti di quel che hai, allora dimmi ragazzo perché chiedersi quel che c’è dietro la musica, se tu puoi essere in quella musica? Lei suonerà per te, quando tu vorrai ascoltarla e lei smetterà con te, quando tu sospenderai di udire.
La morte non è un passo sbagliato, o una caduta è solamente la sospensione di un’esecuzione, dove si riprende fiato, per poi continuare quando se n’avrà voglia -.
 
La voliera
 
Voli anche tu come me
nella voliera in giardino.
E’ a forma esagonale,
e al suo centro ce un tronco d’albero,
che ci fa girare in tondo
perpetuamente.
Ho visto le tue piume già un giro fa,
o almeno credo.
Spesso sto su in alto
dove l’uomo che ci porta da mangiare
a posto quel legno che sembra un ramo,
in verità è finto,
comunque lì
poggio i miei pensieri
mentre vedo gli altri girare
e ancora girare.
Voli anche tu come me
nella voliera in giardino
mi è parso di vederti
mentre bevi lasciando
al vento le piccole piume
dei tuoi anni.
Sei la sola cosa che
mi tiene compagnia
nelle stagioni che passano veloci
mentre al di fuori c’è
la danza di mille foglie.
Ho un segreto
che non ho mai confessato
agli altri che stanno quà,
ma a te lo voglio raccontare.
Lì fuori, oltre a noi,
ho visto un altro come me,
in un giorno che entrambi
ci siam fatti coraggio.
Non ci siam toccati.
Solo l’aria che poteva
ci ha sfiorati.
Eravamo uguali
che sembravamo
in uno specchio d’acqua.
Poi però ho capito
che tra noi qualcosa
era diverso.
E’ stato quando
un rumore ci ha fatti alzare in volo
per lo spavento.
Io, sono finito contro il tronco
e poi in alto contro il tetto
ricadendo di nuovo giù
lui al contrario di me nel cielo
se innalzato
per poi sparire
oltre gli occhi miei.
Lì ho capito,
son certo di aver capito.
Lui son sicuro sapeva già.
Voli anche tu
come me nella voliera in giardino
ora ne sono certo
perché ti vedo
già da tempo.
Se vuoi venirmi a trovare
io abito lassù
dove il cielo..
e fatto da carta di giornale.
Li ogni tanto
quando lo cambiano
scopro che qualcuno
intorno a me
non vola più.                       
 
A Giorgio con affetto.


[1] La Luce............
[2] Le piccole Luci sono quelle anime che durante la loro temporanea permanenza accanto alla luce influiscono e dirigono alcune operazioni quali il controllo di chi come Giorgio è nel Limbo delle morti violente.
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categoria:19° capitolo - libro
martedì, 24 giugno 2008

( Appartenenze)

 
Mi scopro ad amarti mentre con il cappello bianco
ti volti e mi guardi da dietro i tuoi grandi occhiali scuri.
Abbronzata profumi di fiori d’arancio,
laddove un bagliore di sole sembra
ti rendi eterea in un refolo di vento.
Sei vestita leggera, come il bianco di un sorriso
che mi regali nella preziosità di questo atteso tempo.
Sembriamo il dentro e  il fuori di un quadro,
tu dipinta da un destino benevolo
ed io spettatore di una bellezza
di cui ora m’incanto.
Fusione questa che non ha eguali.
 
E’ del tempo che non accadeva.
Ed io è lì che ti aspettavo.
 
Anche oggi mentre passo tra le ombre di un
pomeriggio d’estate intrecciando i miei passi ai tuoi mi ritrovo sospeso
in quell’incontro che sa di un lontano passato.
E’ per questo che mi sposto quel tanto dal mondo
per ritrovarti nel fugace momento
di qualcosa che so appartenermi.
 
E’ del tempo che non accadeva.
Ed io è li che ti aspettavo.
 
ENRICO CARLOSTELLA
 
 

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categoria:amore, poesie d amore, pittura e poesia
lunedì, 23 giugno 2008

PERENRICOPOESIA

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categoria:poesie eros
domenica, 22 giugno 2008
XVIII° Frammento: Le rivelazioni.
 
                        La Rossa davanti al camino del locale dove ardevano gli ultimi ciocchi di legna, mi predisse, quanto segue. – Conoscerai un maestro, il quale ti lascerà in eredità le sue capacità comunicative. L’ho incontrerai in un paesino arroccato su di una montagna, dove lui abitava. Il suo nome è Florence, Fiorino, d’origini non italiane e come mestiere avrà a che fare con i tessuti. Il vostro incontro avverrà nel mese in cui fioriscono le rose, ma per avere in dono queste capacità lui le perderà per sempre, o almeno in questa vita -.
Nel venir a conoscenza di tale informazione, due giorni dopo andai in quel luogo, con lei e due amici.
La partenza avvenne alla chiusura del locale.
Individuata la località, ci dirigemmo verso quel borgo, a notte fonda.
Al nostro arrivo però, dovemmo accontentarci di vedere quel paesino sotto una pioggia torrenziale, alla luce di qualche fioco lampione, poi facemmo ritorno.
La Voce, la notte dopo, mi raccontò che in quel rientro, ci salvò da un sicuro incidente, per via dell’ebbrezza del guidatore.
- Il vostro tempo, aggiunse, non era quello giusto! -
                        La prima domenica da quella notte, ci ritornai solo con la Rossa; era il primo giorno d’ottobre.
Freneticamente iniziai la mia ricerca chiedendo a tutti quelli che incontravo. Facendo domande, chiedendo informazioni, andai persino a suonare alle porte delle case.
In quel paese vivevano circa 80 persone, quasi tutti interpellati, anche la donna più anziana del luogo, ma del mio Florence nessuna notizia, niente di niente.
Tornai in quel paese un'altra volta ancora, e lì ricevetti dalla Rossa l’ultima informazione utile per il suo ritrovamento.
- La casa dove abita sicuramente è quella alla destra della chiesa avendo la scalinata alle spalle, proprio dove sono le sedie delle streghe[1].
Da quel giorno con lei le cose non andarono più.
Era il prologo della nostra fine.


[1] Le sedie delle streghe prendevano nome da un’antica leggenda del luogo. Erano e sono tutta ora, poste al fianco della chiesa ricavate dalla roccia.
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categoria:18° capitolo - libro
mercoledì, 18 giugno 2008
LA MIA VOCE PER TE
 
 
Quando il cielo farà scuro
ed io sarò come un albero perso nelle campagne
pregherò il vento di venirmi incontro
e se anche le mie fronde saranno piegate verso altri confini
raccoglierò la forza per porre nel firmamento
questa mia ultima lettera scritta per te... e solo per te.
Perché io sia poeta un ultima volta per il tuo cuore
rimasto affacciato al balcone della vita per vedere
i passaggi di chi amasti come io stesso ti amai.
Quel giorno il verso sarà chiaro e trasparente e seppure
poco ricercato, nella sua ingenuità raccoglilo come i mazzi
di fiori di campo che ti regalai vestito di sogni e stelle.
Oggi sono qui per quel domani, per renderti quel che mi hai dato
nell’Intreccio di mani e parole che nessuno potrà mai disfare
certo del mio dire bagnato da quello che non ho saputo fare.
Pronto a solcare un altro passo con l’aratro del pensiero
desueto e stanco come un cavaliere medievale che torna
alla sua bella per degnarla della propria vita.
Quando il cielo avrà appena fatto luce ed io sarò di nuovo un filo d’erba
e il vento il raccoglitore della mia prima parola come lo fu per l’ultima
quel giorno il mondo intero ascolterà per te il mio...Ti amo!
ENRICO CARLOSTELLA
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categoria:poesie d amore
martedì, 17 giugno 2008

 

 

INDIVISIBILI
 
 
Io e te in ogni spazio e tempo
nelle brame di corpi
privi di ragione siamo.
 
Simboli di un estremo,
peso e sostegno,
linfa e vena.
 
Composti da senso e passione.
Entrambi prede
di un intima allucinazione.
 
Alienati nel vortice
in una sensuale azione.
 
Scambio cruento di ricerca…
… intimo predominio,
sapore ultrasensoriale.
 
Io…te…oramai nell’eterno di un attimo
siamo uno…Indivisibili!
ENRICO CARLOSTELLA
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categoria:poesie eros
venerdì, 13 giugno 2008
COME AQUILONI NEL CIELO
 
 
 
Lasciami viaggiare sui tratti dei tuoi lineamenti
e poi volteggia come fossimo aquilone e aria
in quel cielo che solo tu sai far diventare infinito.
 
Prendimi e lasciami nelle lenzuola bianche delle nuvole
e oscillami tra le sensazioni dei colori
che con mano sapienti saprò diffondere in te
come fasci di luci oltre l’anima.
 
Spingimi e sospingimi nelle trame del tempo,
mentre componi la musica della nostra storia
l’ultimo capitolo di un libro che non smetterò
mai di leggere e vivere.
 
Ma sopratutto conduci i miei passi al tuo interno
perché io trovi la strada dell’unico ritorno
che ha bisogno di esistere.
Enrico Carlostella
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martedì, 10 giugno 2008
INCONTRI
 
 
 
Potrei parlare per ore di quel che provo
vedendo il tuo viso nel chiaro scuro di questa sera,
ma il silenzio si addice ancor più che le mie parole.
E seppure è schiva la tua persona
va ammirata nel lento veleggiare delle ombre
su quella carnagione appena abbronzata.
 
Vorrei raccontarlo questo nostro incontro
per lasciare che altri condividano quest’emozione
quasi fossi illuminato dal tuo sguardo che mi confonde
nel sopraggiungere della notte.
 
E se anche t’avessi sognata, nulla di quel che avrei visto
potrebbe mai assomigliare al vero,
tu che hai l’incanto di un respiro che si trattiene a stento.
 
Balla per me o anima leggera
e volteggia leggera sulla bocca
e una volta ancora tra le mie mani
come solo l’amore sa fare.
Enrico Carlostella
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categoria:poesie d amore
mercoledì, 04 giugno 2008

 

Nei giorni che attraversano Agosto in un piccolo paese del Reatino di nome Toffia vengono affissi sui muri le poesie di chi vuole mostrarsi agli occhi dei passanti in festa. La raccolta di poesie avviene tramite la poetessa Paolina Carli la quale con l’egida del Comune rende il borgo come un immenso libro fatto di vicoli stradine e torri merlate. Se vuoi aderire e veder esposta una tua poesia mandala a questa email paolinacarli@libero.it
Toffia
 
Attraversai le porte
dell’estate e come in un disegno entrai
nelle strade di un piccolo paese
posto alle soglie di chi narra storie.
Fu così che con l’aiuto della bella stagione
mi ritrovai nei colori e nelle parole
di chi aveva appeso hai muri
mille poesie.
E’ stato qualche anno fa
ed io mi ricordo ancora di voi
amici miei, come fosse ora.
Venni con l’aria sognante
di chi fende l’aria con pensieri danzanti
e lo feci con la premura d’esserci in ogni dove
senza sapere che quello sarebbe stato
un dolce ricordo.
Formammo gruppo per declamar nei vicoli e
sotto i balconi in fiore pazientai la vergogna
per rendermi fiero di quel che avevo scritto.
Avevo occhi attenti
e mani tremanti...
avevo righe e frasi
mentre raccontavo di fragili amanti,
declamavo passando di strada in strada
scoprendomi come mi ero sognato
e in attimo in nel quadro io andai perduto.
Se un giorno passate sotto quei portoni
dove l’aria profuma per via di balconi in fiore
trovandovi al cospetto di poesie  scritte
per essere memoria
allora siete in un mio sogno o forse
già siete nel vostro.
ENRICO CARLOSTELLA
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