giovedì, 26 marzo 2009
E’ facile scrivere di te
mentre a piedi scalzi
attraversi le linee di
demarcazione di noi
che ti vediamo da
questa parte di una foto.
 
Il nostro è lo sguardo di un momento
che emoziona le lancette
di un tempo che ci trova divisi
mentre di fretta corriamo
sul perimetro che dalla mente
porta al cuore.
 
Siamo meridiani e paralleli
in mondi diversi
chiamati con lo stesso nome.
 
Siamo frequenze intermittenti
dove ci si ascolta distratti
mentre il tuo richiamo è debole
come la tua foto sbiadita
di un mondo a me lontano.
 
Ti vedo oggi mentre mi lamento
della pioggia che scende!
Ti guardo adesso, mentre non trovo
parcheggio!
Ti scruto da un minuto, mentre ti poggio
accanto alla bolletta da pagare sul sedile.
 
Tu sei un volantino
che chiede aiuto
ed io un uomo distratto
sulla strada del ritorno.
 
E’ facile scrivere di te
mentre a piedi scalzi
mi strattoni la giacca.
 
Come per te che mi leggi
uscire dalla fila di chi non vuol sentire.
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categoria:poesia, racconti, vita
martedì, 24 marzo 2009
P
 
 
otrei incontrarti quando voglio,
basterebbe chiudere gli occhi
e Tu che sei meraviglia
daresti in un sol attimo
luce ad ogni mio pensiero.
 
A
 
 
 
more è la radice
del Tuo verbo
nato dal nulla perché
tu sei principio è fine.
 
C
 
 
 
hiuque  può sentire il Tuo soffio,
leggero come il primo,
preciso per esser vita
nel risveglio che diede inizio al creato.
 
E
 
 
 
ccoti finalmente
 nel Tuo divino mostrare.
Oggi in me c’è l’immenso,
… tu che non ha bisogno di farlo nulla
per esser in vetta ai miei desideri.
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categoria:poesia, poesie spirituali
venerdì, 20 marzo 2009
colori9.jpg image by sentimentalead
I TUOI COLORI
Mentre chiudo gli occhi
tu sai formarti in ogni dove.
Sei come lo stendersi di un colore.
Sei come lo spandersi di un profumo,
Sei come il lancio di un sasso
nello stagno qual è il mio cuore.
Tu sei la vita che musica l’aria,
Tu sei il dissolversi delle nubi nella mente,
il sussurrare di un canto angelico
che non si arrende.
Tu sei un passo deciso che si fa strada.
Tu sei l’energia che scorre e si propaga.
Tu sei l’improvviso che torna
la pace che non chiede
prendendo lentamente forma.
Tu sei il nome dei miei domani
e tutti gli altri giorni che verranno.
Perché tu sei oltre l’indicibile
ed io di tutto quel che sei
non posso farne a meno…
ora e per sempre.
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categoria:poesia, momenti, pittura e poesia
mercoledì, 18 marzo 2009
XXVI° Frammento: Chi sono?
 
                        Per diversi mesi cercai un collegamento tra tutte quelle parti che mi attribuivo.
Mi sentii come davanti ad un pannello luminoso, dove esposte rimanevano le restanti possibilità della vita.
Lì, in quel luogo immaginario il primo pensiero andò al tempo perso e alle occasioni avute.
A quindici anni avevo davanti a me, cinquecento opportunità, alcune sicuramente perdute per le circostanze che mi hanno visto nascere in un luogo invece che in un altro come avere la pelle bianca invece che nera o gialla. Punti di partenza che devono far riflettere su chi siamo e perché così siamo! ...  
 
 
 
                        - Alla vista di una campagna, più di mille fiori vedrai, ma nonostante siano chiamati genericamente così, ognuna di quelle piante avrà caratteristiche differenti.
Alcuni di loro nasceranno nell’erba, altri sulle alture. Avranno colori diversi, come i climi, mentre le loro radici affonderanno sia nella terra arsa dal sole come nell’acqua di uno stagno.
Saranno forniti di corolle, per mettersi in mostra, di spine per difendersi. Esisteranno per esser dono di una nuova vita, come sul nudo marmo nella memoria saran poggiati, ma tu li chiamerai semplicemente fiori!
Saranno sfogliati per chiarire un amore, calpestati al passaggio di un’aiuola per la fretta di arrivare. Diverranno luci per i pennelli di un pittore che li renderà eterni, ma tu li chiamerai semplicemente fiori.
Medicheranno ferite, mentre altri saranno velenosi per colpire.
Di loro ti rimarrà per un po’ di tempo il ricordo, come un profumo che c’è, ma che non si vede. Assomigliano qualcuno dice alle persone, ma tu li chiamerai semplicemente fiori -.
 
 
 
                                                
 
                        ...a sedici, ne rimanevano una cinquantina, a causa del mio allontanamento dalla scuola.
A diciotto erano poco più di dieci, se ci comprendevo le attività commerciali.
A venticinque se non hai un titolo di studio, ti congedano con “Grazie, ma non fa al nostro caso”. A trenta ti adegui a quel che rimane, nella speranza di superare nutrite e agguerrite selezioni, in compagnia di qualcuno che il titolo di studio veramente c’è l’ha, ma che in definitiva è nelle tue stesse condizioni.  
Oltre i trenta, gli anni ti dimostrano, la rapidità del tuo sguardo nel passare su quel pannello, una velocità non dovuta hai tuoi occhi ma al niente esposto.
A quaranta il pannello è spento, nonostante qualcosa dentro ti comunichi che c’è ancora una possibilità. Ma quale?
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categoria:26° capitolo - libro
martedì, 17 marzo 2009

 

Basterebbe così poco.
La tua mano verso la mia.
Basterebbe sfiorarsi
e tornare a crederci
se solo lo volessimo.
Basterebbe così poco
che da ombra diveresti
di nuovo luce piena.

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categoria:poesia, amore, comprensione
lunedì, 16 marzo 2009
Passo tra gli scaffali di Feltrinelli
e mi guardo intorno.
Luci su copertine patinate
confondono gli occhi.
Effusione di carta stampata
riempiono i polmoni.
Note scritte racchiudono
pensieri incisi.
Volteggio, e poi ancora leggo.
Neruda, Joice, Paul Verleine,
Gibran, ...a questo punto
 chino il capo a tanta maestria.
Prosa, letteratura, poesia,..
ed io che mani in tasca
volgo la schiena al passato,
toccando nelle tasche
l’ultimo mio scritto.
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categoria:vita, momenti,
venerdì, 13 marzo 2009
Gli anni sono file di alberi.
Tra i rami puoi trovare fiori, frutti,
o solo il passaggio del vento. 
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categoria:poesia, vita
giovedì, 12 marzo 2009

La mia primavera

Ciliegie per la tua primavera
nel profumo di campagne.
Erba sotto i piedi scalzi
e il contatto con la madre terra.
Fiumi e tovaglie,
sapori e odori,
librandosi nel tempo.
Parole, canti,
e alberi da frutta.
Tu sei questo ed altro
nello scorrere del tempo.
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categoria:poesia, vita, poesie d amore
martedì, 10 marzo 2009

XXIV° Frammento: Le riunioni, le riflessioni, il viaggio.                                                

 

                        Nei giorni che seguirono la ricerca di Florence, in me ricominciò il turbamento.

Kim era tornato dai suoi ed io rimanevo nuovamente solo, in compagnia dei miei libri letti avidamente. Ogni tanto frequentavo seminari e aule universitarie, osservando altri mondi, nel frattempo il lavoro era poco.

Sembravo senza pace, come un viaggiatore nell’attesa di un nuovo cambiamento. Andavo su e giù nell’immaginaria stazione della mia mente, come un passeggero in continua attesa del suo treno.  

La pensilina preferita per quest’andirivieni senza pace, era il corridoio, che dal saloncino portava alla camera da letto, mentre l’unica persona da attendere era sempre lei; la Rossa.

Dal nostro addio era passato quasi un anno, ma io continuavo a pensarla e con lei fantasticavo sulla Voce.

Quell’entità venuta dal nulla e tornata nel nulla, era il tormento onnipresente nei miei pensieri. Di lei ricordavo i discorsi effettuati nelle notti dove rimanevo sveglio ad ascoltarla, mentre si faceva giorno. Si parlava di tutto, un po’ come si fa con un’amica più grande che ha il cuore generoso e comprensivo, questa era lei per me.

 

                        Trascorse due settimane, mia cugina si fece risentire telefonicamente. Mi chiedeva di incontrarci con altri suoi amici, per passare insieme una piacevole serata.

Non avendo però l’umore adatto, al principio, feci di tutto pur di far cadere nel vuoto l’invito.

Cercai di scoraggiarla, sostenendo come deterrente, che quest’incontro poteva avvenire solo il sabato, e dopo le nove.

Un ragazzo della loro età a quell’ora certamente si ritrova di solito in assordanti discoteche o a bere in qualche fumosa birreria.

Non di certo a casa di una persona più grande ad intavolare discorsi profondi su temi umanistici, nonostante questi tentativi di dissuasione, accettarono ugualmente. 

Si presentarono in quattro o cinque, ragazzi dall’aria innocua, al massimo qualche tatuaggio, niente di più.

Nel sedermi mi sentii quasi obbligato a dover iniziare la conversazione, il problema era con quale argomento.

In mio soccorso giunse un libro che stavo leggendo.

Ben presto non so per quale motivo, divenni senza alcuna preparazione, il punto d’incontro e di visione di nuove prospettive, sulle quali i ragazzi discussero fino a notte inoltrata.

Così accadde anche nelle settimane a seguire, dove il numero dei partecipanti aumentò in un passaparola che gli stessi facevano tra loro.

Stranamente ogni volta che le riunioni avvenivano, in me si scatenava lo stesso timore inarrestabile della prima riunione, quello di non saper quale tema trattare.

Portavo con me queste ansie fino alla prima mezzora, poi, tutto filava via liscio, quasi un abile sceneggiatore provvedesse, a fornirmi domande, persone, temi ed altro.

Certo le cose da principio non furono facili, avevo ancora da smussare tante angolature che mi rendevo saccente agli occhi d’alcuni intervenuti.

Non avendo io stesso le idee chiare, andavo in modo disordinato nell’intavolare la conversazione.

Dapprima lasciavo che la gente occupasse un posto in modo causale, poi prestavo attenzione a qualche racconto.

Questi spesso, trattavano d’avvenimenti quotidiani, storie comuni di semplici ragazzi.

Ad un tratto intervenivo, approfondendo un aspetto di una vicenda, ma mai senza sapere perché!

Toccando temi personali talvolta si sfociava anche in violente discussioni verbali, dove due o più intervenuti potevano se non controllati, avere alterchi, approdati in alcuni casi anche a crisi di pianto.

Involontariamente, s’innescava un meccanismo perverso d’alleanze e divisioni che portava i protagonisti a veri e propri processi inquisitori.

A quel tempo non avevo la capacità di controllare questo, anzi lo reputavo addirittura giusto.

Credevo che in quel fronteggiarsi, ci fosse una funzione di sblocco nascosta, nei confronti di un genitore, di un insegnante, di un’amicizia, o d’altre situazioni che avrei scoperto infinite.

Dentro di me cercavo di capire la finalità di quel che andava accadendo, perché passavo intere serate, fino a notte fonda a parlare con ragazzi che talvolta neanche si conoscevano?

Entravano nella mia vita, come se la casa fosse il vagone di un treno. Si sedevano e parlavano raccontandosi, per poi ridiscendere alla fermata successiva.

In quel periodo, in mancanza di lavoro, dovetti vendere addirittura la macchina, in modo da poter avere i soldi per pagare l’affitto.

Il paradosso è che nonostante quella mia precarietà, ero contento di quel che accadeva, la trama del film che aveva raccontato la Rossa si avverava.

Intorno a me avevo giovani, ma ancora non comprendevo chiaramente il fine di tutto ciò.

Andavo a dormire dopo le riunioni, con lo stupore di quel che succedeva, ma dalla mattina dopo, sino il sabato successivo, la vita doveva riempirsi in qualche altro modo.

Rivestii allora le ore delle mie giornate, in biblioteche dove sceglievo libri di vario genere.  

Spaziai dai testi religiosi a quelli filosofici, dalla saggistica alla narrativa, leggendo avidamente come mai avevo fatto nella mia vita.

Partecipai a convegni scoprendo la teosofia, il Corano, il Buddismo, mentre alle conferenze conobbi le scritture indù, intanto che insieme al mio amico Pierpaolo pellegrinavo tra le discipline olistiche e gli gnostici, lì erano insoliti e variopinti.

Seguivamo anche gli insegnamenti all’università. Le lezioni le sceglievamo a caso, nella tabella degli orari, puntando un dito a caso.

In quel luogo conobbi in seminari, illustri docenti, tra i quali spiccò quello di filosofia Indi. Un uomo dai modi pacati e dall’aria tranquilla, l’ultimo romantico nel campo dell’insegnamento.

In una delle sue lezioni infondendomi coraggio, anche un po’ sfrontatamente, gli feci presente che la mia veduta su alcuni argomenti appena trattati divergeva dalla sua.

Grazie alla particolare pazienza di cui disponeva, mi diede modo di poter esprimere quelle che a parer mio potevano essere altre alternative al suo discorso.

Tutto quello che io dissi in quella lezione era un retaggio delle informazioni ricevute dalla Voce nelle nostre conversazioni, un promemoria che tenevo conservato nel cassetto dei ricordi.

Dimenticando il tempo, come i fiumi in piena, scesi senza interruzioni, fino a quando una ragazza si alzò bloccandomi.

Chiese perplessa al docente quale era il suo punto di vista su quello che si andava dicendo.

La risposta del professore fu un elogio a quel che raccontavo, poi mi chiese dove avessi letto quelle teorie, molto simili a delle scritture antiche indù.

Non sapendo cosa rispondere, dissi la prima cosa che mi venne in mente, riferitami dalla Voce, in una notte in cui lamentavo del mio grado di sapere.

 

                        - In ognuno di voi, racchiuso è, un tesoro fabbricato non da una sola mano, non da un’unica mente.

Esso non ha proprietari, sebbene si possa spendere da chiunque lo trovi, ma nonostante sia speso, questo prezioso bene rimane tale nell’entità.

Nel corso del tempo si accrescerà anche del nostro piccolo ma pochi saranno quelli che riusciranno ad averlo.

Nessuno può rubarlo ne a te, ne ad altri.

Questo tesoro, chiamato “Il libro della conoscenza”, scritto con parole in oro zecchino, chiuso è in noi, dalla notte dei tempi.

Per trovarlo vai nel profondo te, e con gli occhi chiusi ascolta, non hai bisogno né di vederlo, né di toccarlo, né di leggerlo, per sapere cosa c’è scritto al suo interno -.

 

 

 

                                                

                        Nella mia casa approdò di tutto, in un caleidoscopio di personaggi che ora stento a ricordare.

Da una parte c’erano i Provocatori, che avviavano la discussione, poi comparivano gli Stimolatori che pungolavano.

Su di una linea diversa gli Avvocati Difensori sempre pronti a prendere le parti dei più deboli, si riconoscevano dall’età leggermente più grande o perché coinvolti da retaggi del passato.

Tra i tanti i Muratori erano i più frequenti.

Sembravano capitati lì per caso, avevano lo sguardo indifferente a quel che si diceva. Cercavano di distrarre gli altri con stupidi espedienti. Ridevano fragorosamente, mentre cercavano di tergiversare su tutto, se sollecitati ergevano mura per non essere ispezionati.

Per tutta la serata difendevano il proprio muro contro ipotetici nemici, innescando con altri veri e propri scontri, basati sulla forza e la resistenza.

Ad ogni riunione in me avveniva un cambiamento rispetto la volta precedente. Smussavo gli angoli del mio carattere, mentre iniziavo ad avvertire quello che essi provavano e per chi!

Percepivo il dolore che infliggevo per la mancanza d’accortezza.  

Ignari venivano con le mani basse e indifese, verso chi invece per la voglia di strabiliare picchiava duro su particolari affettivi o comportamentali.

Sapevo delle loro debolezze e quindi approfittavo incurante di quel che accadeva nell’intimo convinto di un loro errore.

 

 

 

                        - La parola errore serve a dimostrare quello che in verità non può essere.

Ha ragione chi afferma che è nell’errore il ladro che ruba al ricco, come chi dichiara che è nell’errore il re che si appropria per cupidigia.

Non è la cupidigia un errore, pari al sottrarre del furfante?

A quale fine uno toglie all’altro, quello che poi verrà in ogni caso, nel tempo, di nuovo ripartito?

Conoscete forse confini che conquistati in guerre sono a tuttora sempre gli stessi e degli stessi proprietari?Io non li conosco!

Si può ora stabilire con certezza, che sia il ladro, sia il ricco, sono entrambi nell’errore? Sì, si potrebbe, ma voi sapete anche, che nessun bene materiale potrà mai esser di qualcuno!

Posso quindi affermare con altrettanta certezza che è vera anche la loro innocenza, perché nessuno dei due in verità avrà mai.

La legge degli uomini, è valida solo per chi avrà la metrica di giudizio decisa da un altro uomo, ma questa non avrà nessuna considerazione nell’esito finale della vita, perché non è la stessa di chi a disposto nell’universo un ordine predefinito.

Questa parola è nata con chi confidava di potervi soggiogare, con l’illusione, al proprio volere, promettendo quello che, in effetti, è già vostro dalla notte dei tempi -.

 

 

 

                                               

                        Nelle riunioni con i ragazzi, si citavano autori quali Gibran, Bach, Hesse, si leggevano parti della Bhagavatgita, si scoperchiavano i lati nascosti del proprio essere.

Si era maestri e discepoli nell’alternanza di situazioni, si era orecchio e bocca tra le parole e il silenzio.

I nostri nomi erano vapore acqueo, i discorsi passi, e tutto questo mentre si valicavano le porte dell’animo umano.

Soglie dalle dimensioni strette, talvolta difficili da capire.

Immense e larghe se ci ridimensionavano al mondo.

Nelle notti dopo gli incontri, seppure svuotato d’ogni energia, i miei pensieri cercavano nel bianco del soffitto, il nesso di quel vivere, vago e senza punti di riferimento.

Realmente io chi ero, e in quale direzione volgevano i miei passi e per quali mete?

Non avevo certificati professionali attestanti niente. Non ero né uno psicologo, né un maestro. La scuola dell’obbligo dimostrava solo la mia cultura approssimata, mentre il poetare assomigliava al sogno nel cassetto di molti.

Parevo il disegno accennato di uno svogliato pittore, l’immagine inconcludente di un viaggiatore che partito mille volte, sbagliava o dimenticava la strada.

Perennemente in partenza e mai all’arrivo di una meta, avevo l'aria di un beduino, costretto a fermarsi di tanto in tanto, in piccole oasi, ma mai in quella giusta. Così apparivo a tutti quelli che ho incontrato.

In quei miei viaggi, c’era al proprio interno qualcosa di giusto e di sbagliato. Concordai con me stesso che la prossima mossa da fare sarebbe stata lo scindere il buono dal cattivo.

 

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categoria:25° capitolo - libro, 24° capitolo - libro
martedì, 10 marzo 2009
PRESENZA
 
Per te che sei tutto,
provo a mostrarti il mio viso.
Mi rivelo per farmi notare
dalle tue mani
che capienti
sanno tenermi
in qualunque momento
ti abbia chiamato.
 
Per me che sono nulla
tu dimostri l’amore
senza mostrarti,
che io mi poggio
lasciandomi andare.
Qualunque sia stato l’istante
in cui lo feci
tu eri lì pronto.
postato da: provaacapire alle ore 08:36 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia, amore, poesie spirituali