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XXIX° Frammento: La notte dei pentimenti
In quella notte a differenza di altre, mentre si dormiva, sentii qualcuno chiamarmi e per la prima volta vidi
L’epilogo
- Guarda il suo viso!
Guardalo attentamente, e poi sorvola i suoi occhi con i tuoi.
Prova a seguire il sogno che sta facendo, e poi controlla se in quel sogno ci sei anche tu.
Tocca la sua pelle, e sfiora l’incavo delle mani; e poi osserva se in ciò che contengono, ci sei ancora tu.
Se ne sei capace poi parla con il tuo egoismo, e chiedi quale ingiustizia tiene in se questo fiore, per non essere al primo posto nei tuoi banali pensieri.
Sei diventato come un vetro sporco, dove la luce non filtra più, assomigli ad un torbido pozzo, nel cui profondo non c’è posto per questa luna.
Oramai ti trascini come un cieco che a sua volta tira a fatica l’ombra di se.
Io ora son qui, per toglierti quello che tu non meriti, e il suo calore tra poco, sarà gelo, perchè il tuo fiato sia unico e solo.
Sia pentimento in questa stanza, e sia nel silenzio sveglio il tuo dolore, unito al pianto per quello che non sai amare -.
A quel dire, ogni intervento da parte mia divenne inutile. Lei come in un incubo, era già una forma senza vita.
Tentai di svegliarla, la supplicai di restare, ma come una nuvola passò di fretta senza neanche salutarmi.
Nel cielo delle esistenze terrene rimase solo il bianco pallido delle sue guance, associato al mio tremore per qualcosa che non capivo.
Ascoltando il suo cuore, pensai al silenzio che facevano sui muri le ombre d’estate.
- Non può esser vero! - dichiarai alla luna, mentre le sue mani apparivano come ali senza vento.
- Non può esser così! – pronunciai scuotendole il capo, affinché mi rispondesse. Poi mi dichiarai pentito e disposto a tutto, al fine di portarla di nuovo in vita.
Giurai, contorcendo le mie mani alle sue, mentre come un Giuda disperato la baciai. Poi venne il tempo in cui la paura voltò contro il soffitto il mio viso.
Allora cercai parole giuste da poter dire al mio Dio, ma mentre aprivo la bocca, balbettando, il suo sonno divenne eterno.
Sperai allora, di trovare altre promesse, mentre le mie lacrime, scesero copiose sulle guance, per ripide discese.
Andarono giù a valle, alla ricerca di cose buone, ma nel fango e nel letame del mio cuore, nessuna trovò la via del ritorno.
- Morirà il trenta aprile! -.
Mi dichiarò così
Avverrà al compimento del suo ventunesimo anno, come in ogni vita.
Allora, io chiesi il perché di quella data.
- Qual è il motivo che ti spinge a chiedermi il perché di una data, quando sai che tornerai.
Puoi aver paura di perdere qualcosa, se in verità “questa” è solo sparita alla tua vista?
Quel che tu non vedi, c’è, ma in alcuni momenti di quello che tu chiami tempo, questa è nascosta.
A fronte di un mistero in conoscibile quale la morte, l’umana specie spesso pensa al peggio.
Voi piangete la morte come fine, senza sapere che nulla si può trattenere come nulla si perde.
Assomigliate a degli sciocchi bambini, quando cercate di controllare la morte, dominando la vita.
Tentate di arginare con pochi granelli di sabbia il mare intero.
Chiedermi quando morirai, è una domanda inutile, se poi non apprezzi la vita; anche in quel poco che tu credi niente, può esserci tanto, se sai viverlo nel modo giusto -.
Ritorni
Quando ti baciavo
tra i cavalli nomadi
alle porte di Pietroburgo,
nulla ancor sapevo
dell’anima mia
e del suo viver gitano.
E così ti baciai
come si bacia la propria sposa alla partenza,
con la morte nel cuore,
perché forse quel viaggio sarebbe stato l’ultimo.
Mi son voltato così
chissà per quante volte,
solo per vedere i tuoi occhi perdersi
nelle schiere d’altre donne.
Ti vidi così anche nella Praga
dalle cupole d’oro e d’argento,
così ti vidi cento volte ancora
anche nella Firenze... del Magnifico Lorenzo.
Lì, gli affreschi profumavano le strade
e i chiostri erano il riparo
al nostro vederci nascosto.
Ora che sono in questo tempo
ricordo te com’eri allora.
fugaci momenti rubati a quelle vite.
Ti ricordo come nei frammenti di uno specchio
poggiato nella mente,
lì, rivedo ancora la tua bellezza,
mentre asciugavi la mia fronte, sulle rive di Vichì
o di quando nel baleno di un sole traditore,
mi togliesti la visiera, dopo la battaglia di Bernò.
Allora piangevi la mia morte,
giunta puntuale, come i miei ritorni,
come i tuoi sorrisi, venduti a primavera
nei quadri dipinti a Wersailles.
Quando ti ho baciato ieri,
ho pensato per un attimo
al canto del prossimo autunno
e alle ombre delle montagne
poste in fila come i nostri anni.
Oggi mi sono accorto che è appena passata un'altra estate,
ma soprattutto di come gli appuntamenti sono dati al vento.
E di come Lui ci porti via, sussurrandoci in un dolce canto.
Forse e per questo, che io una volta per tutte,
ti raccoglierò ancor prima di andar via,
lo farò, anche se sarà un seducente inganno.
Lo farò perché tu sia un pensiero eterno,
seminato nel campo infinito delle stagioni
dove potrò vederti nascere ancora.
... E se ora io mi chiedo quanti nomi abbiamo avuto
tra le spighe del grano, tra le stelle del cielo
...è perché ti amo!
... E se ora ho paura come allora,
di quando ti urlavo “ti Prego non te n’andare” pur sapendo
che un giorno saresti tornata,
è perché m’accorgo di una paura che non so contenere,
di una paura di cui non so fare a meno,
come dei tuoi occhi, come della tua bocca.
Un giorno, stanne certa ti rivedrò di nuovo,
magari in qualche altra città per noi ancora sconosciuta,
mentre le nostre anime gitane
s’incontreranno nel giovane tempo appena giunto.
Allora io ti bacerò
come già feci alle porte di Pietroburgo,
o nella Praga dalle cupole d’oro e d’argento,
Qualcosa nei tuoi occhi
quel giorno mi parlerà
.. ed io di nuovo capirò
stanne certa... capirò.

Tra le tue braccia il tempo
era scandito
dal ritmo impazzito
del mio cuore,
ed io avrei voluto fermarlo
quel tempo
perchè là, in quel momento,
io avevo tutte le certezze.
Mentre ti scrivo questo,
non so se sei il mio passato
il presente
o il mio futuro,
ma ti scrivo ugualmente
perchè è in quel ritmo
che voglio con te
ballare ancora.
eilidh e provaacapire
22 Maggio 2009
XXVII° Frammento: L’ultima riunione. L’arrivo di Sophia.
In quella magra visione della mia vita, compresi che dovevo dare una violenta sterzata a quell’esistenza, cosa che avvenne, puntuale, ma non per una mia spontanea decisione.
Qualcosa era nell’aria, tanto è vero che nell’ultimo sabato di un fine marzo, nel declamare la poesia che chiudeva la serata, mi accorsi che quelle parole non erano le mie, ma di Khalil Gibran e del suo “Profeta”.
...Popolo di Orfalese, il vento mi ordina di abbandonarvi. Io sono meno impaziente del vento, tuttavia devo andare.
Per noi viandanti sempre in cerca della via più solitaria, non inizia il giorno dove finisce un altro giorno; e nessun’alba ci trova dove il tramonto ci ha lasciato. Mentre la terra dorme noi viaggiamo.
Noi siamo i semi di una pianta tenace, ed è nella nostra pienezza e maturità di cuore che veniamo affidati al vento che ci disperde.
Furono brevi i miei giorni tra voi, e più brevi le parole che ho detto.
Ma se la mia voce si affievolirà nelle vostre orecchie, e il mio amore svanirà nella vostra memoria, Allora io tornerò; E con cuore più ricco e con labbra più docili allo spirito vi parlerò ancora.
Si, tornerò con la marea.
E se anche la morte mi celasse a voi e il gran silenzio potesse avvolgermi, cercherò ancora la vostra comprensione.
E non cercherò inutilmente...[1]
Un triste presagio era alle porte quella sera. Avvolto da indizi premonitori, si presentò con le parole giuste, nel momento legittimo, senza sbagliare nulla di quell’addio.
Infatti, dopo alcuni giorni, una telefonata del mio padrone di casa mi comunicò, lo sfratto esecutivo per morosità.
Un guaio, se non ci fosse stata una zia materna, la quale sempre disponibile, mi offrì vitto e alloggio.
Passarono altri mesi di vuoto, in un continuo peregrinare senza metà.
Entravo così in punta di piedi nel periodo in cui che conobbi Sophia.
La conobbi per via di una frase, gettata senza pensare dopo averla appena conosciuta. - Nessuno va mai in profondità e neanche con te lo hanno mai fatto! -.
Già ho parlato di lei. Vorrei solo aggiungere, la mia totale riconoscenza per quello che mi ha saputo dimostrare in quegli anni dove restai fermo e inconcludente.
Dopo neanche due mesi dalla nostra conoscenza prese in affitto una casa dove andammo ad abitare insieme.
Per lei, era la prima esperienza di vita di coppia, un legame che ci vide uniti quasi cinque anni, nei quali con generosità mi diede l’opportunità di riprendere e di portare a termini i miei studi liceali.
I ragazzi e le riunioni divennero anche se lentamente un ricordo e quanto alla mia vita sembrò prendere un che di quotidiano. La mattina iniziai a svolgere un lavoro d’autista privato, mentre nel pomeriggio frequentavo una scuola magistrale, dove in due anni mi riuscii a procurare un diploma che in seguito di permise d’iscrivermi all’università.
Sophia, non vide mai il mio oltrepassare la soglia universitaria, ma in verità non perse nulla, perché la mia frequentazione a “scienze della formazione” durò solo un anno.
Lo reputai un giro su di una giostra, un piccolo sogno accennato, in una notte breve. Immediatamente ritornai con i piedi per terra accorgendomi che in quel mondo per supportare la scienza, si usava solo la tecnica, in uno schema predefinito che non lasciava nulla alla spontaneità.
All’uscita da quell’esperienza, guardai in faccia la realtà, forse era giusto lasciar stare con i viaggi e con i sogni.
Oramai erano passati dalla Rossa quasi 7 anni.
XXVIII° Frammento: Indietro nel tempo.
E’ del tempo che non parlo della Rossa. Avrei preferito, visto la sua assenza, non scriverne più, ma considerata la grande importanza che ebbe nella mia vita, credo sia giusto e doveroso, riscoprirla e ricordarla in un modo più rispondente a quello che fino ad ora avete letto.
Manca perché giustificata dal destino e non essendo questo un particolare trascurabile, forse vi chiederete, perché manca proprio lei in questo scorcio della mia vita?
La risposta non è semplice, posso solo accennarvi che entrambi l’abbiamo amata a modo nostro; io e il destino!
E se anche questo può sembrare incomprensibile, ora vi spiegherò perchè Lui le concesse una vita più lunga di quella che avrebbe dovuto avere, mentre io accettai di perderla, pur che questo accadesse.
Sei anni prima.
Una notte dopo esser tornato tardi per via del gioco, rincasando trovai
L’aria pungente con insistenza, alitava contro le finestre, mentre lei avvolta in una coperta, rannicchiata guardava il vuoto con i suoi grandi occhi verdi, gonfi e cerchiati dal pianto.
Oramai quelli erano gli abituali ritorni, di chi si leccava le ferite in silenzio, serate destinate a chi era perdente.
In quei casi non c’era bisogno né d’accusa né di una difesa.
Per troppo tempo c’eravamo feriti e così nel silenzio, si decise entrambi di non far rumore, ritrovandoci l’uno accanto all’altro, ma questa volta di spalle.
Per un po’ i miei pensieri andarono in sincronia con l’intermittenza delle luci di un albero natalizio, posto oltre le finestre.
Con quelle riflessioni inondai lo spazio della stanza in un continuo dissolversi e ricrearsi. Poi... i nostri occhi s’incrociarono a dispetto di quel che voleva il destino e in quello sguardo trovammo ancora la forza per l’ultima volta di andare “oltre quel che eravamo”
Fu così che vivemmo gli ultimi attimi della nostra fuga senza scampo.
Basta poco.
Dormi nel silenzio di un pomeriggio d’inverno.
Tutto tace nel giardino oltre il vetro delle finestre.
Tutto tace nei tuoi pensieri oltre i capelli e la mente.
M’accorgo all’improvviso d’esser accanto al tuo fiato.
Lui è come una carezza leggera
passa e silenzioso culla il mio riposo.
La nostra è una piccola stanza, come le pretese
di chi si circonda di semplici cose.
Tutto è sparso un po’ quà e un po’ là.
Anche gli abiti stanchi e le scarpe baciano il pavimento.
Essi sono come tutto il resto, solo una cornice,
a quel nostro vivere leggero.
Mancano solo le parole a quest’atmosfera ma ora non
sono necessarie, il bianco e nero sono colori che si addicono
al silenzio e a questo mio starti accanto.
Ora la tua età non ha più ragione di esistere,
per come sei bella,
per come sei vera.
Unica per questo tuo generoso mostrare.
C’è così poco nel nostro piccolo che decidiamo
di regalarci quel poco nel silenzio,
in queste ore dove la ricchezza è ottenuta
dai nostri corpi nudi, percorsi
in ogni dove, senza limitazioni, ne fine.
Chi potrà mai capire dal di fuori
quali sensazioni,
quali emozioni, possono offrire
i minuti del nostro stare insieme.
Sì è vero, nel mondo stasera è l’ultimo dell’anno c’è confusione,
si ride, si balla, si canta, ...si è in tanti... e tutto è una luce,
e tutto è un clamore, ...c’è musica, festa, regali,
ma a noi cosa importa,
...e poi, ...cosa ne sa la gente, di com’è bello
il nostro silenzio... in bianco e nero.





