Diario di Viaggio nell’ Universo Evangelico. Racconto
La chiesa Evangelica Valdese sita in Piazza Cavour a Roma, ha nella sua forma estetica uno stile architettonico classico che la rende uno dei più bei luoghi di culto a cui andrebbe fatta visita, anche se non si professa questo tipo di religione.
All’interno quel connotarsi classicheggiante, si estende con tono austero a suggello sia con le infrastrutture in legno del pulpito, che con le vetrate a mosaico decoupage, dentro le quali, sono incise alcuni dei più famosi passi della Bibbia.
Le oltre 2300 canne dell’organo fanno da cornice a quello che abitualmente e meta di assemblea domenicale per gli Evangelici Valdesi.
L’orario della cerimonia e perfettamente in linea con la precisione di ogni oggetto, come la disposizione dei fedeli che collocati in ordine sembrano quasi non respirare per quanto serbino rispetto per la sacralità del luogo.
Il pastore entrando mostra di essere anch’ esso perfettamente in sintonia con il suo vestiario talare di color nero da cui partono di bianco due nastri dal collo per perpendicolari.
All’intonazione del canto, m’accorgo che gli inni sono vocalizzati in un modo magistrale, in una forma che non s’addice a quelle che sono le innovazioni delle chiese oggigiorno chiamate progressiste, nessuna batteria, niente assolo di chitarra elettrica, il tutto e scandito quasi fossimo appena stati dipinti in quadro dalle sfumature antiche.
Mancava il difetto a tutta quest’impostazione. Mancava il neo.
Ritmati come un orologio svizzero che tiene le fila dei minuti ,dei secondi e di quell’ora passata tra i banchi, si sono alternarti altri eventi effettuati senza macchia alcuna. Anche le letture, verbalizzate da una signora erano impeccabili, senza sbavature, nessun inciampo, nessun salto di riga, al punto tale che per un attimo ho sorriso dentro di me, quando ho notato che anche il classico colpo di tosse proveniente dal pubblico pronto a disturbare fosse anche lui era assente.
Il Pastore Adamo, questo il nome del celebrante, ha preso spunto dal vangelo di Matteo per esporre quanto poco centrale sia in questi tempi il discorso di Cristo, e quanto siano abbarbicati ai loro poteri temporali quelli che oggi vengono chiamati i “potenti della terra”, pronti a dissertare sui problemi mondiali senza mai avere però una vera volontà per risolverli.
Una frecciatina nel sermone viene scoccata anche al Papa e alla sua ultima enciclica, fatto questo inusuale per le visite svolte in altre chiese Evangeliche, il che mi dall’impressione di un pastore forse anch’esso caduto nel tranello di entrare lui stesso a far politica. Ma il suo fare era così garbato che ha reso lieve quel dissentire cosi trasparente agli occhi di chi lo ascoltava.
Andando avanti nel discorso si è fatta luce quella che doveva essere stata in settimana una disputa che lo aveva di certo disturbato, e cioè che la chiesa Valdese a detta di qualcuno è in declino, parole che il Pastore ha esposto dichiarando il suo disappunto affermando che forse era meglio quella piccola nicchia che altro...
La predica poco dopo è terminata mentre io con lo sguardo mi son girato su me stesso quasi a voler imprimere il luogo, la gente, il momento, per un’ultima volta. Sento che manca qualcosa, l’avverto ma ancora non so cosa è.
A quel pensare il Pastore ha fatto un gesto poche volte visto in altre comunità. Dal pulpito ha accelerato il passo avvantaggiandosi sui fedeli verso il portone d’uscita. Lì con garbo ha iniziato a salutare coloro che s’apprestavano per andare. Con un sorriso l’ho scorto dare una stretta di mano a tutti, come il Matteo da lui descritto avrebbe fatto, ritornando così ad essere il pastore della gente, meno politicante e più d’ascolto.
Nell’avvicinarmi lo saluto presentandomi, il tempo di scambiarci qualche parola. In quel mentre avrei voluto dirgli quel che avevo notato nella sua comunità, per meglio dire percepito, ma ho preferito rimandare questo mio dichiarare alla calma e alla riflessione di questo foglio.
Caro Fratello ti ringrazio quanto da te esposto, ma mi preme dirti che tra i banchi io con i miei 50 anni ero tra i più giovani. Se non contassi una coppia di trentenni seduta in prossimità dell’uscita.
Strano particolare questo per una comunità. Mi preme dirti che una chiesa ha bisogno delle ore, come dei minuti, ma ancor di più dei secondi, metafora questa che uso nell’indicarti i giovani assenti. Potenziale seme per poter far fare all’insieme quel passo verso il futuro.
I giovani sono il futuro, loro sono i rami poggiati al tronco. Il fiore che ben presto diviene frutto nella vastità del cielo. Il pittore stamane tra pulpiti in legno massello e vetri decupage, strano a dirsi, aveva dimenticato di mettere il profumo della nuova stagione.
Non credere che i pittori non possano farlo… così come un pastore accorto farebbe con il suo gregge.
All’improvviso ho scoperto cosa mancava a quel quadro per essere perfetto… mancava l’imperfezione se così si può dire dei giovani, somigliante a quella sensazione che si prova quando nell’ammirare un dipinto ne rimani affascinato per come è stato conservato nel tempo.
Talune volte anche al rigore serve una sbavatura per rendere tutto e tutti più umani e vivi.