XIX° Frammento: Giorgio.
La Voce parlava con me abbastanza spesso, ma alcune volte, su mie continue pressioni, riportava anche di più di quel che poteva, il che le comportava delle sanzioni da parte della Luce[1], una di queste era il divieto a venire.
In una di queste assenze, al suo posto venne un bambino che mi disse di chiamarsi Giorgio. La cosa mi turbò molto perché non mi era mai capitato di aver a che fare con persone scomparse giovani. Fino allora i contatti furono solo con adulti e quindi il sentire la sua storia, suscitò in me una diversa partecipazione.
Giorgio mi raccontò che si era sentito attratto dalla possibilità di poter parlare con una figura diversa da quelle che lui chiamò le Piccole luci[2].
Al mio generico richiamo di sempre, venne avanti con lo stesso timore che avrebbe avuto un bambino educato a fronte di sconosciuti. Sottovoce chiese il permesso di poter parlare.
Sapeva che farlo con le persone in vita non era consentito ma non essendo ancora integrato nella condizione di luce effettiva, a causa della sua morte violenta, decise incuriosito di farsi ugualmente avanti.
Affermò che l’unica cosa che ricordava era la sua città natale Torino e la data dell’infausto giorno.
Fatto questo, strano, che non combaciava con quanto riferitomi da altri trapassati, i quali non avendo cognizione del tempo e del suo trascorrere, rimanevano spaesati nella cronologia delle date.
Iniziò riferendomi che poco prima del nostro incontro, era a giocare con Mustafà, un bambino egiziano della sua stessa età, ma che poi vista l’occasione s’immise nella scia che la Rossa adoprava quale ponte tra i due mondi.
Da un lato era contento di questa sua nuova esperienza, ma nel frattempo sentiva riaprirsi in lui un dolore nei confronti della madre la quale, ancora viva, spesso lo pensava.
A tenerlo ancorato nel limbo delle morti violente, c’era l’idea costante che lei aveva di lui, un vincolo questo che lo tratteneva, rendendolo non del tutto libero dall’involucro sensoriale della precedente vita.
Difatti i suoi ricordi, associati a quelli della madre, anche se parziali contenevano ancora eccessivi legami con il suo trascorso d’essere umano.
In seguito ad una mia richiesta, raccontò il suo ultimo giorno con una dolcezza difficilmente riscontrabile nelle persone viventi.
Tanto è vero che alle sue ultime parole, trattenni a stento le lacrime, per quanto carico d’emozioni fu il racconto.
Il 10 Aprile aveva un significato così importante per Giorgio, che nonostante non ricordasse la sua età e l’anno in cui accadde il fatto, teneva ancora in se quell’assurdo particolare.
Quella data veniva da lui associata al tragico epilogo che avvenne nella sua casa, in un momento in cui la mamma si assentò per andare a prendere in pasticceria quella che doveva essere una sorpresa.
Giorgio, prendendo al volo l’occasione di quell’assenza, decise di provare di nascosto quello che doveva essere il momento clou della giornata, lo spegnimento della candelina sulla torta.
Triste a credersi; ma quello era il giorno del suo compleanno.
Nel provare e riprovare, in un ennesimo tentativo, il fuoco della piccola torcia cadde sul pavimento ricoperto da moquette, il che causò un incendio nel quale Giorgio morì.
Ecco svelato il motivo della sua permanenza nel limbo delle morti violente, quel bambino era ancora vincolato al mondo terreno dai ricordi della madre, e dalla data di quel giorno.
Quel compleanno così voluto, desiderato, e il pensiero della mamma e dei suoi giochi ancora riposti sulle mensole nella cameretta, determinavano il suo stallo nello spazio temporale dove non si era né di qua né di là.
Per questo venne a parlare!
Voleva che io facessi sapere alla madre la sua condizione.
Mi chiedeva di liberarlo, ma io non sapevo come.
Per alcuni giorni pensai a quel bambino e alla sua triste storia.
Il più evidente dei pensieri era destinato a quella donna nell’attesa di un ritorno che non sarebbe mai stato.
Rammentavo spesso nel silenzio le parole che Giorgio pronunciò quella notte, dove mi descriveva le sue cose personali ancora tenute dalla premurosa mamma ordinate, come se lui fosse ancora lì.
Mi parlò dei giocattoli e dei suoi libri, dei vestiti, e delle foto che lei spesso si soffermava a guardare.
Imitando altri trapassati, Giorgio provò anche a comparirle in sogno, ma questo a lui non riuscì.
Lo stretto controllo da parte delle Piccole luci, fu la causa di quel fallimento, alcune di loro erano destinate a quest’incarico.
Passati altri giorni dal quel momento decisi di provare ad incontrare la famiglia di quel bambino, ma non sapendo come fare, ricontattai Giorgio, che ritornò in una notte d’inizio estate, nel silenzio della campagna dove andai ad abitare con la Rossa.
Il bambino anche quella volta giunse al mio richiamo velocemente, ma la nostra conversazione durò giusto qualche minuto, il tempo di farmi dire il cognome della mamma con associato un particolare che solo lei poteva sapere.
- Nel passarmi una mano tra i capelli mentre mi addormenta mi dice sempre che solo io, ho i capelli come “il biondo grano”.
Quella frase risuonò in me come una cantilena per diverso tempo.
In quel modo di dire, era racchiusa la descrizione di un attimo d’amore, come solo una mamma poteva dare. Un volo d’ali, che non ha bisogno di vento, un perpetuo messaggio scritto da mani sapienti, le quali solcano e calmano le onde di riccioli in tempesta.
Forse iniziò lì e nel gesto di quella mano, la remota consapevolezza di una paura che, seppur lontana, era in cammino.
Agli occhi di un’anima di madre, nulla si può nascondere.
Convinto e deciso cercai di contattare quella donna, ma aimè il telefono come quello della sorella era intestato ai rispettivi mariti, i quali con cognomi diversi si opponevano inconsapevolmente alla mia testarda voglia di entrare in quella scena. Cadevo per la seconda volta nella tentazione di fare di testa mia.
Tempo dopo, seppi da un altro spirito che quella donna morì per la sofferenza in una chiesa, quasi a voler liberar se e il figlio, da quel vincolo che li teneva per il grande amore, uniti anche oltre la morte.
- Mi chiedi il perché della morte!
Me lo chiedi guardando il capo di un filo, affermando che alla sua estremità non c’è seguito. Mi chiedi di sapere, e altre domande pone la tua mente, mentre in vortici e turbinii, è alla ricerca di risposte che plachino e giustifichino, le tue ansie. Ricorda esse sono nate dopo di te!
Sappi ragazzo che quella che tu credi una fine, è solo la parziale visione che i sensi danno hai tuoi occhi. Una capacità che seppure ampliata da apparecchiature sarà il limite per quel tuo ragionevole comprendere.
La vita è paragonabile ad un vestito che indossi per il ballo di quest’esistenza, una danza dove non c’è alcuna prova da superare, nessun errore da riparare, poiché questa è solamente una rappresentazione da eseguire.
Ti chiederanno di ballare! Ti ordineranno di ballare! Ti obbligheranno a ballare! Fintanto che t’accorgerai che il prezzo per mantenere intatto quel vestito sarà alto, ma tu ti aggrapperai ostinato a lui, tenendolo sdrucito, spiegazzato, scolorito.
Ma se tu ballassi senza vedere i tuoi passi, e volteggiassi su quel pavimento per come ti senti dentro, avvalendoti di quel che hai, allora dimmi ragazzo perché chiedersi quel che c’è dietro la musica, se tu puoi essere in quella musica? Lei suonerà per te, quando tu vorrai ascoltarla e lei smetterà con te, quando tu sospenderai di udire.
La morte non è un passo sbagliato, o una caduta è solamente la sospensione di un’esecuzione, dove si riprende fiato, per poi continuare quando se n’avrà voglia -.
La voliera
Voli anche tu come me
nella voliera in giardino.
E’ a forma esagonale,
e al suo centro ce un tronco d’albero,
che ci fa girare in tondo
perpetuamente.
Ho visto le tue piume già un giro fa,
o almeno credo.
Spesso sto su in alto
dove l’uomo che ci porta da mangiare
a posto quel legno che sembra un ramo,
in verità è finto,
comunque lì
poggio i miei pensieri
mentre vedo gli altri girare
e ancora girare.
Voli anche tu come me
nella voliera in giardino
mi è parso di vederti
mentre bevi lasciando
al vento le piccole piume
dei tuoi anni.
Sei la sola cosa che
mi tiene compagnia
nelle stagioni che passano veloci
mentre al di fuori c’è
la danza di mille foglie.
Ho un segreto
che non ho mai confessato
agli altri che stanno quà,
ma a te lo voglio raccontare.
Lì fuori, oltre a noi,
ho visto un altro come me,
in un giorno che entrambi
ci siam fatti coraggio.
Non ci siam toccati.
Solo l’aria che poteva
ci ha sfiorati.
Eravamo uguali
che sembravamo
in uno specchio d’acqua.
Poi però ho capito
che tra noi qualcosa
era diverso.
E’ stato quando
un rumore ci ha fatti alzare in volo
per lo spavento.
Io, sono finito contro il tronco
e poi in alto contro il tetto
ricadendo di nuovo giù
lui al contrario di me nel cielo
se innalzato
per poi sparire
oltre gli occhi miei.
Lì ho capito,
son certo di aver capito.
Lui son sicuro sapeva già.
Voli anche tu
come me nella voliera in giardino
ora ne sono certo
perché ti vedo
già da tempo.
Se vuoi venirmi a trovare
io abito lassù
dove il cielo..
e fatto da carta di giornale.
Li ogni tanto
quando lo cambiano
scopro che qualcuno
intorno a me
non vola più.
A Giorgio con affetto.
[2] Le piccole Luci sono quelle anime che durante la loro temporanea permanenza accanto alla luce influiscono e dirigono alcune operazioni quali il controllo di chi come Giorgio è nel Limbo delle morti violente.