giovedì, 10 maggio 2007
X° Frammento: Il sogno.
 
                        Una mattina mentre faceva colazione, prima di andare a lavoro, mi disse di aver sognato in quella notte un uomo dalla personalità simpatica e dall’aria allegra.
Con una precisione disarmante Sophia seppe indicarmi anche il luogo e l’ora dell’incontro, avvenuto in una zona della capitale che io conoscevo bene.
Nella descrizione del sogno alcuni dettagli erano precisi, come se quell’incontro fosse avvenuto realmente.
Di quest’immaginario signore mi seppe dire anche nome e cognome, tale Antonio Brugnoli. Una persona a lei sconosciuta ma cordiale.
Nel raccontarmi il sogno un particolare le rimase impresso più degli altri, l’uomo la pregò di chiamarlo Totò come facevano tutti gli amici, e così anche in quella circostanza lui chiese a Sophia di fare altrettanto.
In conclusione di quella visione onirica, l’individuo, prima di andar via la ringraziò più volte per quanto aveva fatto.
Sophia in verità non ricordava il perché di questo ringraziamento e a quanto lei mi riferì non serbava memoria di aver compiuto nulla in quella circostanza.
Passato un mese da quel giorno, in una pausa del pranzo, decisi di passarla a prendere perché come le raccontai lungo il viaggio, mi venne in mente un’idea al riguardo di quel sogno.
Avevo deciso di andare sul luogo di quanto descrittomi, avevo sentore di qualcosa, così appena giunto, la pregai di guardarsi intorno per avere conferma se eravamo nel punto esatto di quel fantastico racconto.
Appena mi affermò con certezza che il luogo era quello, decisi di attraversare la strada, fino allo spartitraffico che divideva le corsie stradali.
Incamminandomi in un’aiuola larga due metri dove alberi e siepi erano nel mezzo come rapito la percorsi, sicuro di trovare qualcosa, poi quel qualcosa apparve ai miei occhi.
Al fianco di un pino, coperta da un cespuglio, trovai una bianca lastra di marmo posta proprio alla base del tronco.
Incastonata in una cornice, una foto sbiadita dal tempo, ritraeva l’immagine di un uomo, poi poco più sotto c’era scritto un nome e un cognome, quel nome era Antonio Brugnoli l’uomo del sogno, poi di lato una dedica diceva con lettere dorate “a Totò gli amici in ricordo”.  
 
 
 
                        Trovandoci al cospetto di quell’avvenimento, una forte emozione si appropriò d’entrambi. Una sensazione difficile da accettare anche se comprovata da tangibili segni.
La mia mente logica, come quella di Sophia, si rifiutava di rendere percepibile qualcosa d’immateriale anche se poi l’incontro tra due mondi diametralmente opposti come l’incorporeo e il terreno, era realmente avvenuto.
Nel tornare a casa, ci rendemmo conto di un tacito tormento insinuato in noi, un’angoscia che se fosse stata d’altro genere, si sarebbe dissolta nel giro di poche ore. Al contrario, in quel caso, restò lì per giorni e giorni, fino a quando non decisi di approfondire quella circostanza.
Con l’aiuto di un elenco telefonico, rintracciai la famiglia d’appartenenza d’Antonio, ma per loro fortuna alla mia telefonata non rispose nessuno quel giorno. Sì, per fortuna, perché ogni storia ha i suoi protagonisti, facenti parte d’altri teatri e di diversi copioni.
Noi in quella vicenda eravamo e dovevamo esser solo spettatori, e così fu.
Riconosco ora d’esser stato, troppe volte, impulsivo nella mia vita, precipitoso e passionale come lo sono talvolta gli amanti stupidi, i quali non sanno di recar danno ad altre vite. In quel caso mi limitai o come avreste capito in seguito fui limitato ad osservare che Antonio era morto a duecento metri dal portone di casa, mentre attraversava quel tratto di strada. Ancora una volta Sophia aveva valicato il confine tra quei mondi o per meglio dire aveva fatto da tramite a quel passaggio.
                                                
 
 
                        Alcuni mesi dopo l’accaduto, un altro tassello venne a completare ciò che Lorenzo e Antonio, avevano tracciato in una sequenza d’avvenimenti. Ad architettare il tutto, c’era ancora una volta lo sceneggiatore di questa storia, il quale aveva deciso di farmi comprendere una regola fondamentale della vita e vale a dire, che alcuni eventi hanno un ordine preciso e non casuale.
Questa spiegazione mi fu nota in una notte dove Sophia alternava momenti di lucidità ad altri di sofferenza, a causa di frequenti emicranie dovute a febbre alta.
Durante il sonno, presa ancor di più da quei disturbi, iniziò insolitamente a parlare.
Preoccupato del suo stato le chiesi cosa avesse e se potevo esserle utile, alla sua risposta mi accorsi di una distonia da quanto chiesto e quanto risposto, infatti, la sua voce mi dichiarò che voleva tornare a casa.
Incuriosito e perplesso non notai quanto mi proferì, pensai ad un delirio dovuto alla febbre. Così, mi feci più vicino e le risposi che era già a casa e che io ero al suo fianco.
Dubbiosa e incerta la sua voce m’interrogò nuovamente, chiedendomi che ora fosse, e domandandomi poi di Sara.
Convinto di una sua allucinazione, le dichiarai che erano da poco passate le tre.
A quella mia risposta, la voce tremante si espresse con titubanza, riferendomi che sarebbero stati guai con suo padre, doveva a tutti i costi cercare Sara.
Sempre più sconcertato da quel che andava dicendo, come in un flash all’improvviso mi tornò alla memoria la prima volta in cui la Rossa mi mise involontariamente in contatto con lo zio, quindi decisi di stare al gioco.
Accortomi di una paura reciproca cercai si stare calmo e poi le chiesi di raccontarmi tutto quel che ricordava.
Silvia, questo il suo nome, mi dichiarò di essere uscita dalla discoteca in compagnia di Sara una sua amica, dirigendosi verso casa.
Mi riferì angosciata che intorno a lei in quel momento c’era buio e nient’altro, in seguito mi supplicò di aiutarla.
A quella preghiera, un altro flash mi ricordò la sofferenza e il dolore che mi diceva provare Sophia nelle situazioni in cui vedeva per la strada quelle creature vagare senza riferimenti.
Al giungere di questi pensieri, avvertii un freddo prendermi la schiena e una terribile inquietudine farsi presente.
Fu solo allora che compresi l’accaduto, ma nonostante tutto, mi tornava difficile crederci, e così cercai di smentire le ipotesi create dalla mia mente.
Tutta ad un tratto, rendendomi conto di quel che succedeva, cercai di tranquillizzarla. Capivo d’essere impotente, riconoscendo i miei limiti davanti a quella situazione, provai una profonda solitudine la stessa che doveva provare Silvia, sola al confine di un limbo dove ci si perde confusi.
A rincuorarmi all’improvviso un pensiero mi venne in soccorso.
Sophia, era lei la chiave di tutto, ora sapevo, la sua funzione e il perché ogni volta avesse quelle strane visioni.
Ora quel pensiero chiudeva il cerchio su quello che oramai era certezza.
Quella notte fui un ignaro spettatore al confine tra la vita e la morte e lo ero tramite Sophia la quale inconsapevole come sempre al suo risveglio mi affermò di non ricordare niente.  
Alcuni giorni dopo seppi tramite un giornale della morte di una ragazza e il ricovero della sua amica. Ritornavano entrambe da una discoteca, l’ora, le due e cinquantacinque.
                                                
 
 
                        Lorenzo, Antonio e Silvia furono solo alcuni dei contatti che ebbi, tra ciò che è vita e ciò che non lo è più. Posso affermare con certezza che loro furono i più sorprendenti, divenuti nel tempo fonte d’esperienza e conoscenza.
postato da: provaacapire alle ore 23:13 | Permalink | commenti
categoria:10° capitolo - libro