XXII° Frammento: Alla ricerca del maestro.
Fatto sta che quella domenica mattina, gli consigliai un paesino arroccato su di una montagna con le case scavate nella roccia, un luogo affascinante e misterioso.
Appena gliene feci cenno e gliene dissi il nome, mi chiesero di andare con loro. Alla prima offerta rifiutai accennando a dei tristi ricordi che mi legavano a quel luogo.
Poi Kim nel sentire la telefonata mi pregò di andare, affermando che bisognava cambiare aria.
A quelle ripetute richieste, acconsentii.
In quel viaggio mi convinsi e raccontai di quei precedenti anni vissuti con
L’amore per
Rientrare, in quel paese, con mia cugina, il fidanzato e Kim, fu come un ritorno nel passato.
Quella gita forse mi serviva. Mi poteva render chiara quella situazione, ritenuta dalla mente logica, del tutto assurda.
Fu così che durante il tragitto, raccontai, quello che voi in parte già sapevate.
Ricordo era una bella giornata d’aprile, per l’esattezza la domenica delle palme. La gente affluiva contenta per visitare quel piccolo mondo, un borgo dall’aria austera ma dal cuore pulsante, un luogo inalterato nel tempo.
- “Mi sembra esserci venuto appena lo scorso ieri!” - Commentai ai miei compagni di viaggio. – “Lo rivedo a distanza d’anni, ma nulla pare esser cambiato” -.
Nell’oltrepassare l’arco d’entrata, non nascondo che ripensai agli attimi trascorsi con
Terminata la salita, tra le due arcate in roccia, una piccola bottega posta sul lato sinistro, c’inoltrò sino alla piazza principale del paese.
Sulla destra trovammo la gradinata che portava all’entrata della chiesa, mentre di fianco le sedie delle streghe adornavano un piccolo slargo.
Nel mormorio della gente, mi domandai cosa facevo in quel posto.
Me lo domandai inerpicandomi con i pensieri in salite che non avrebbero mai portato a nulla, se non al ragionar della mente, un luogo frequentato dagli insoliti voli di chi si dona alla pura tecnica, abbandonando la meta degli impulsi affettivi.
Ostentavo a tutta quella gente la mia presenza, ma solo il corpo fisico si poggiava sui gradini della chiesa, quanto al resto, tutto si muoveva nell’alternanza di situazioni, mentre io aspettavo, ma cosa, ma chi? Poi... il treno del destino, come sempre puntuale, arrivò.
Lo vidi fermo accanto ad un uomo che raccontava minuziosamente a due turisti la storia di quel paese.
Narrava con precisione e accortezza la storia presente e passata di quel sito che pareva esserci nato.
Appena terminò la conversazione, avvicinandomi chiesi fermo e deciso. – Scusi, vista la sua conoscenza del luogo, per caso, ha mai sentito parlare, di un certo Florence o Fiorino, un cittadino non italiano? -
La sua risposta sembrava pronta da chissà quanto tempo, tenuta in serbo per la mia venuta.
Arrivò nella stazione della vita dove io attendevo, nel momento giusto, nel giorno giusto, proprio mentre una nuvola passava, scrutando se gli attimi e le persone erano tutte al loro posto.
- Sì, mi rispose. Certo che lo conosco! -
Lui sapeva di Florence. Lo conosceva! Il maestro Florence esisteva.
Quel personaggio tutta ad un tratto non era più il frutto di una fantasia. All’improvviso, quell’astratto signore da me cercato come un ago in un pagliaio, si materializzava nella sua essenza.
Stentai a crederci. Poi ritornai in me.
Mi fu raccontato che era un tipo strano, dall’aria scontrosa.
Uno di poche parole. Una specie d’oratore per i ragazzi della vallata. Non era italiano, ma bensì olandese.
Non viveva lì, ma ci veniva in villeggiatura o nei fine settimana e il suo avere a che fare con i tessuti, derivava dal fatto che lui fosse un tappezziere.
Tutto concordava con quanto mi disse
Solo in quell’istante mi capacitai della realtà oggettiva che diveniva improvvisamente verità. Feci questo, mentre gli sguardi dei miei amici si unirono al mio.
La settimana dopo ero presente sul luogo con Kim che con il grado d’accompagnatore si era offerto per andare alla ricerca del maestro.
Come indicato dall’uomo del racconto, scendemmo lungo le cascate del Monte Gelato, seguendo il corso dell’acqua che scorrendo formava poi il fiume.
Il maestro in quei luoghi amava raccontare storie e poi lasciava che gli intervenuti, perlopiù ragazzi s’incontrassero in temi inerenti alla vita.
Io, in quel tragitto me lo immaginai così:
- Non importa chi voi siete e quale sia il vostro passato, perchè non è mai tardi per conoscere e capire. Cercate solo di non confondervi fra le nebbie dell’ignoranza, la dove è cieco anche chi ha il dono della vista. -
M’affascinò subito quell’uomo, dal giusto peso, alto un po’ più della media.
Forse al mio vicino esagerai nel sostenere che nessun altro le mie orecchie avevano sentito parlare come lui. Qualcosa mi colpì fin da subito, un po’ come avrebbe fatto un raggio di sole che sbuca all’improvviso da dietro le nuvole scure della vita.
Era la terza volta che partecipavo, non sapevo perché ero lì, ma sentivo dentro il bisogno di entrare in quelle storie, mosso da un desiderio che andava “oltre” i sensi terreni.
Alla fine degli incontri, si usava contraccambiare unendoci di fronte al fuoco, i cibi che ognuno portava per festeggiare quei ritrovi.
Quella sera, avrei desiderato come le altre, scambiare delle parole con quel maestro. Purtroppo la vergogna della mia ignoranza, e la mancanza di coraggio, mi allontanò, da quell’intento. Fu così che voltai le spalle e andai, dirigendomi verso casa.
- Ei tu! - Mi sentii chiamare. - Sì, proprio tu! Allontanarsi solo per paura di non esser capace, ci rende vili di fronte a noi stessi, ma soprattutto poco disposti dall’affrontare le responsabilità della vita. Sei tu meno degli altri, o non credi che il tuo Dio nel crearti ti abbia dato le stesse possibilità del tuo vicino! -
Nel voltarmi rimasi impietrito e sconcertato per quell’analisi avvenuta a mia insaputa.
Sembrò che il mio pensiero fosse udibile.
- Ho notato che non hai mai preso la parola durante il tragitto, quasi ti mancasse la voce. Sei dunque tu muto? -
- No! - Risposi come un lampo, per paura che un altro tuono mi precedesse.
- Sei venuto qua allora per conoscere l’animo umano, me ne compiaccio. Allora tu vuoi vincere il timore che frena la tua corsa verso il sapere? -
- Si! - Risposi annuendo con il capo. -
- Allora se è questo il volere che alberga nel tuo profondo, devi provare a chiedere qualcosa di più di un “sì“ e di un “no”.
Ragazzo se nel silenzio nasconderai la tua vergogna, mentre altri viceversa faranno dell’arroganza la maschera della propria timidezza, sappi che sia nel primo sia nel secondo caso si asseconda un proprio male, rendendo distorto il nostro essere.
Esisterebbe un terzo caso che vorrei proporre alla tua attenzione, sempre che tu desideri ascoltare. -
- Maestro, ma io sono qui per questo. -
- Non serve a niente stare in un posto, se i pensieri abitano altrove, come il conoscere delle parole se non se ne fanno frasi.
Ricorda ragazzo che se anche io fossi il più bravo dei maestri, a nulla servirebbe la mia bravura se un all’allievo è assente. - Poi continuò così dicendo.
- La terza ipotesi consiste nel trovare riparo a quella che è una mancanza di coraggio. E’ inutile fuggire, ogni qualvolta un pericolo sopraggiunge.
Bisogna prevenirlo e all’occasione affrontarlo, solo così eviterai di soccombere nel gioco e nell’uso delle parole.
Un Maestro non ha merito se il discepolo si nasconde. Capiterà sicuramente che un giorno qualcuno, interrogando l’alunno, n’ascolterà la poca padronanza con la materia, e così annuncerà che ...l’insegnante è stato altrove.
Ragazzo, come una casa serve a chi ci abita, anche un alunno serve al suo maestro, non sarà di certo nascondendo le proprie lacune che l’alunno vivrà l’arte del sapere.
Ricorda, chiedere non è disonorevole, molto di più lo è fuggire. -
Dopo aver costeggiato, gran parte del corso del fiume inerpicandoci fra rocce, e facendoci largo tra rovi e arbusti, fui esortato da Kim a sospendere più volte la ricerca di Florence.
Il motivo di tale richiesta fu perché infreddolito e stanco.
Ebbi l’impressione per un attimo di ritrovarmi nuovamente nella stessa condizione in cui ero la settimana precedente, quando con mille pensieri riflettevo sulla veridicità di quanto andavo cercando.
Kim nell’invitarmi ad allontanarmi da quella via maestra, al fine di prendere una di quelle strade laterali, mi fece capire casualmente il perché del nostro cercare.
I sentieri di cui lui parlava altro non erano che false designazioni sulla vita.
Indicanti l’inneggiare al corpo e alla mente.
Quella sua richiesta e l’uscita improvvisa di un raggio di sole dalle fitte fronde dei rami, mi suggerì di rispondergli in questo modo.







