XXIV° Frammento: Le riunioni, le riflessioni, il viaggio.
Nei giorni che seguirono la ricerca di Florence, in me ricominciò il turbamento.
Kim era tornato dai suoi ed io rimanevo nuovamente solo, in compagnia dei miei libri letti avidamente. Ogni tanto frequentavo seminari e aule universitarie, osservando altri mondi, nel frattempo il lavoro era poco.
Sembravo senza pace, come un viaggiatore nell’attesa di un nuovo cambiamento. Andavo su e giù nell’immaginaria stazione della mia mente, come un passeggero in continua attesa del suo treno.
La pensilina preferita per quest’andirivieni senza pace, era il corridoio, che dal saloncino portava alla camera da letto, mentre l’unica persona da attendere era sempre lei;
Dal nostro addio era passato quasi un anno, ma io continuavo a pensarla e con lei fantasticavo sulla Voce.
Quell’entità venuta dal nulla e tornata nel nulla, era il tormento onnipresente nei miei pensieri. Di lei ricordavo i discorsi effettuati nelle notti dove rimanevo sveglio ad ascoltarla, mentre si faceva giorno. Si parlava di tutto, un po’ come si fa con un’amica più grande che ha il cuore generoso e comprensivo, questa era lei per me.
Trascorse due settimane, mia cugina si fece risentire telefonicamente. Mi chiedeva di incontrarci con altri suoi amici, per passare insieme una piacevole serata.
Non avendo però l’umore adatto, al principio, feci di tutto pur di far cadere nel vuoto l’invito.
Cercai di scoraggiarla, sostenendo come deterrente, che quest’incontro poteva avvenire solo il sabato, e dopo le nove.
Un ragazzo della loro età a quell’ora certamente si ritrova di solito in assordanti discoteche o a bere in qualche fumosa birreria.
Non di certo a casa di una persona più grande ad intavolare discorsi profondi su temi umanistici, nonostante questi tentativi di dissuasione, accettarono ugualmente.
Si presentarono in quattro o cinque, ragazzi dall’aria innocua, al massimo qualche tatuaggio, niente di più.
Nel sedermi mi sentii quasi obbligato a dover iniziare la conversazione, il problema era con quale argomento.
In mio soccorso giunse un libro che stavo leggendo.
Ben presto non so per quale motivo, divenni senza alcuna preparazione, il punto d’incontro e di visione di nuove prospettive, sulle quali i ragazzi discussero fino a notte inoltrata.
Così accadde anche nelle settimane a seguire, dove il numero dei partecipanti aumentò in un passaparola che gli stessi facevano tra loro.
Stranamente ogni volta che le riunioni avvenivano, in me si scatenava lo stesso timore inarrestabile della prima riunione, quello di non saper quale tema trattare.
Portavo con me queste ansie fino alla prima mezzora, poi, tutto filava via liscio, quasi un abile sceneggiatore provvedesse, a fornirmi domande, persone, temi ed altro.
Certo le cose da principio non furono facili, avevo ancora da smussare tante angolature che mi rendevo saccente agli occhi d’alcuni intervenuti.
Non avendo io stesso le idee chiare, andavo in modo disordinato nell’intavolare la conversazione.
Dapprima lasciavo che la gente occupasse un posto in modo causale, poi prestavo attenzione a qualche racconto.
Questi spesso, trattavano d’avvenimenti quotidiani, storie comuni di semplici ragazzi.
Ad un tratto intervenivo, approfondendo un aspetto di una vicenda, ma mai senza sapere perché!
Toccando temi personali talvolta si sfociava anche in violente discussioni verbali, dove due o più intervenuti potevano se non controllati, avere alterchi, approdati in alcuni casi anche a crisi di pianto.
Involontariamente, s’innescava un meccanismo perverso d’alleanze e divisioni che portava i protagonisti a veri e propri processi inquisitori.
A quel tempo non avevo la capacità di controllare questo, anzi lo reputavo addirittura giusto.
Credevo che in quel fronteggiarsi, ci fosse una funzione di sblocco nascosta, nei confronti di un genitore, di un insegnante, di un’amicizia, o d’altre situazioni che avrei scoperto infinite.
Dentro di me cercavo di capire la finalità di quel che andava accadendo, perché passavo intere serate, fino a notte fonda a parlare con ragazzi che talvolta neanche si conoscevano?
Entravano nella mia vita, come se la casa fosse il vagone di un treno. Si sedevano e parlavano raccontandosi, per poi ridiscendere alla fermata successiva.
In quel periodo, in mancanza di lavoro, dovetti vendere addirittura la macchina, in modo da poter avere i soldi per pagare l’affitto.
Il paradosso è che nonostante quella mia precarietà, ero contento di quel che accadeva, la trama del film che aveva raccontato
Intorno a me avevo giovani, ma ancora non comprendevo chiaramente il fine di tutto ciò.
Andavo a dormire dopo le riunioni, con lo stupore di quel che succedeva, ma dalla mattina dopo, sino il sabato successivo, la vita doveva riempirsi in qualche altro modo.
Rivestii allora le ore delle mie giornate, in biblioteche dove sceglievo libri di vario genere.
Spaziai dai testi religiosi a quelli filosofici, dalla saggistica alla narrativa, leggendo avidamente come mai avevo fatto nella mia vita.
Partecipai a convegni scoprendo la teosofia, il Corano, il Buddismo, mentre alle conferenze conobbi le scritture indù, intanto che insieme al mio amico Pierpaolo pellegrinavo tra le discipline olistiche e gli gnostici, lì erano insoliti e variopinti.
Seguivamo anche gli insegnamenti all’università. Le lezioni le sceglievamo a caso, nella tabella degli orari, puntando un dito a caso.
In quel luogo conobbi in seminari, illustri docenti, tra i quali spiccò quello di filosofia Indi. Un uomo dai modi pacati e dall’aria tranquilla, l’ultimo romantico nel campo dell’insegnamento.
In una delle sue lezioni infondendomi coraggio, anche un po’ sfrontatamente, gli feci presente che la mia veduta su alcuni argomenti appena trattati divergeva dalla sua.
Grazie alla particolare pazienza di cui disponeva, mi diede modo di poter esprimere quelle che a parer mio potevano essere altre alternative al suo discorso.
Tutto quello che io dissi in quella lezione era un retaggio delle informazioni ricevute dalla Voce nelle nostre conversazioni, un promemoria che tenevo conservato nel cassetto dei ricordi.
Dimenticando il tempo, come i fiumi in piena, scesi senza interruzioni, fino a quando una ragazza si alzò bloccandomi.
Chiese perplessa al docente quale era il suo punto di vista su quello che si andava dicendo.
La risposta del professore fu un elogio a quel che raccontavo, poi mi chiese dove avessi letto quelle teorie, molto simili a delle scritture antiche indù.
Non sapendo cosa rispondere, dissi la prima cosa che mi venne in mente, riferitami dalla Voce, in una notte in cui lamentavo del mio grado di sapere.
- In ognuno di voi, racchiuso è, un tesoro fabbricato non da una sola mano, non da un’unica mente.
Esso non ha proprietari, sebbene si possa spendere da chiunque lo trovi, ma nonostante sia speso, questo prezioso bene rimane tale nell’entità.
Nel corso del tempo si accrescerà anche del nostro piccolo ma pochi saranno quelli che riusciranno ad averlo.
Nessuno può rubarlo ne a te, ne ad altri.
Questo tesoro, chiamato “Il libro della conoscenza”, scritto con parole in oro zecchino, chiuso è in noi, dalla notte dei tempi.
Per trovarlo vai nel profondo te, e con gli occhi chiusi ascolta, non hai bisogno né di vederlo, né di toccarlo, né di leggerlo, per sapere cosa c’è scritto al suo interno -.
Nella mia casa approdò di tutto, in un caleidoscopio di personaggi che ora stento a ricordare.
Da una parte c’erano i Provocatori, che avviavano la discussione, poi comparivano gli Stimolatori che pungolavano.
Su di una linea diversa gli Avvocati Difensori sempre pronti a prendere le parti dei più deboli, si riconoscevano dall’età leggermente più grande o perché coinvolti da retaggi del passato.
Tra i tanti i Muratori erano i più frequenti.
Sembravano capitati lì per caso, avevano lo sguardo indifferente a quel che si diceva. Cercavano di distrarre gli altri con stupidi espedienti. Ridevano fragorosamente, mentre cercavano di tergiversare su tutto, se sollecitati ergevano mura per non essere ispezionati.
Per tutta la serata difendevano il proprio muro contro ipotetici nemici, innescando con altri veri e propri scontri, basati sulla forza e la resistenza.
Ad ogni riunione in me avveniva un cambiamento rispetto la volta precedente. Smussavo gli angoli del mio carattere, mentre iniziavo ad avvertire quello che essi provavano e per chi!
Percepivo il dolore che infliggevo per la mancanza d’accortezza.
Ignari venivano con le mani basse e indifese, verso chi invece per la voglia di strabiliare picchiava duro su particolari affettivi o comportamentali.
Sapevo delle loro debolezze e quindi approfittavo incurante di quel che accadeva nell’intimo convinto di un loro errore.
- La parola errore serve a dimostrare quello che in verità non può essere.
Ha ragione chi afferma che è nell’errore il ladro che ruba al ricco, come chi dichiara che è nell’errore il re che si appropria per cupidigia.
Non è la cupidigia un errore, pari al sottrarre del furfante?
A quale fine uno toglie all’altro, quello che poi verrà in ogni caso, nel tempo, di nuovo ripartito?
Conoscete forse confini che conquistati in guerre sono a tuttora sempre gli stessi e degli stessi proprietari?Io non li conosco!
Si può ora stabilire con certezza, che sia il ladro, sia il ricco, sono entrambi nell’errore? Sì, si potrebbe, ma voi sapete anche, che nessun bene materiale potrà mai esser di qualcuno!
Posso quindi affermare con altrettanta certezza che è vera anche la loro innocenza, perché nessuno dei due in verità avrà mai.
La legge degli uomini, è valida solo per chi avrà la metrica di giudizio decisa da un altro uomo, ma questa non avrà nessuna considerazione nell’esito finale della vita, perché non è la stessa di chi a disposto nell’universo un ordine predefinito.
Questa parola è nata con chi confidava di potervi soggiogare, con l’illusione, al proprio volere, promettendo quello che, in effetti, è già vostro dalla notte dei tempi -.
Nelle riunioni con i ragazzi, si citavano autori quali Gibran, Bach, Hesse, si leggevano parti della Bhagavatgita, si scoperchiavano i lati nascosti del proprio essere.
Si era maestri e discepoli nell’alternanza di situazioni, si era orecchio e bocca tra le parole e il silenzio.
I nostri nomi erano vapore acqueo, i discorsi passi, e tutto questo mentre si valicavano le porte dell’animo umano.
Soglie dalle dimensioni strette, talvolta difficili da capire.
Immense e larghe se ci ridimensionavano al mondo.
Nelle notti dopo gli incontri, seppure svuotato d’ogni energia, i miei pensieri cercavano nel bianco del soffitto, il nesso di quel vivere, vago e senza punti di riferimento.
Realmente io chi ero, e in quale direzione volgevano i miei passi e per quali mete?
Non avevo certificati professionali attestanti niente. Non ero né uno psicologo, né un maestro. La scuola dell’obbligo dimostrava solo la mia cultura approssimata, mentre il poetare assomigliava al sogno nel cassetto di molti.
Parevo il disegno accennato di uno svogliato pittore, l’immagine inconcludente di un viaggiatore che partito mille volte, sbagliava o dimenticava la strada.
Perennemente in partenza e mai all’arrivo di una meta, avevo l'aria di un beduino, costretto a fermarsi di tanto in tanto, in piccole oasi, ma mai in quella giusta. Così apparivo a tutti quelli che ho incontrato.
In quei miei viaggi, c’era al proprio interno qualcosa di giusto e di sbagliato. Concordai con me stesso che la prossima mossa da fare sarebbe stata lo scindere il buono dal cattivo.
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