XXVII° Frammento: L’ultima riunione. L’arrivo di Sophia.
In quella magra visione della mia vita, compresi che dovevo dare una violenta sterzata a quell’esistenza, cosa che avvenne, puntuale, ma non per una mia spontanea decisione.
Qualcosa era nell’aria, tanto è vero che nell’ultimo sabato di un fine marzo, nel declamare la poesia che chiudeva la serata, mi accorsi che quelle parole non erano le mie, ma di Khalil Gibran e del suo “Profeta”.
...Popolo di Orfalese, il vento mi ordina di abbandonarvi. Io sono meno impaziente del vento, tuttavia devo andare.
Per noi viandanti sempre in cerca della via più solitaria, non inizia il giorno dove finisce un altro giorno; e nessun’alba ci trova dove il tramonto ci ha lasciato. Mentre la terra dorme noi viaggiamo.
Noi siamo i semi di una pianta tenace, ed è nella nostra pienezza e maturità di cuore che veniamo affidati al vento che ci disperde.
Furono brevi i miei giorni tra voi, e più brevi le parole che ho detto.
Ma se la mia voce si affievolirà nelle vostre orecchie, e il mio amore svanirà nella vostra memoria, Allora io tornerò; E con cuore più ricco e con labbra più docili allo spirito vi parlerò ancora.
Si, tornerò con la marea.
E se anche la morte mi celasse a voi e il gran silenzio potesse avvolgermi, cercherò ancora la vostra comprensione.
E non cercherò inutilmente...[1]
Un triste presagio era alle porte quella sera. Avvolto da indizi premonitori, si presentò con le parole giuste, nel momento legittimo, senza sbagliare nulla di quell’addio.
Infatti, dopo alcuni giorni, una telefonata del mio padrone di casa mi comunicò, lo sfratto esecutivo per morosità.
Un guaio, se non ci fosse stata una zia materna, la quale sempre disponibile, mi offrì vitto e alloggio.
Passarono altri mesi di vuoto, in un continuo peregrinare senza metà.
Entravo così in punta di piedi nel periodo in cui che conobbi Sophia.
La conobbi per via di una frase, gettata senza pensare dopo averla appena conosciuta. - Nessuno va mai in profondità e neanche con te lo hanno mai fatto! -.
Già ho parlato di lei. Vorrei solo aggiungere, la mia totale riconoscenza per quello che mi ha saputo dimostrare in quegli anni dove restai fermo e inconcludente.
Dopo neanche due mesi dalla nostra conoscenza prese in affitto una casa dove andammo ad abitare insieme.
Per lei, era la prima esperienza di vita di coppia, un legame che ci vide uniti quasi cinque anni, nei quali con generosità mi diede l’opportunità di riprendere e di portare a termini i miei studi liceali.
I ragazzi e le riunioni divennero anche se lentamente un ricordo e quanto alla mia vita sembrò prendere un che di quotidiano. La mattina iniziai a svolgere un lavoro d’autista privato, mentre nel pomeriggio frequentavo una scuola magistrale, dove in due anni mi riuscii a procurare un diploma che in seguito di permise d’iscrivermi all’università.
Sophia, non vide mai il mio oltrepassare la soglia universitaria, ma in verità non perse nulla, perché la mia frequentazione a “scienze della formazione” durò solo un anno.
Lo reputai un giro su di una giostra, un piccolo sogno accennato, in una notte breve. Immediatamente ritornai con i piedi per terra accorgendomi che in quel mondo per supportare la scienza, si usava solo la tecnica, in uno schema predefinito che non lasciava nulla alla spontaneità.
All’uscita da quell’esperienza, guardai in faccia la realtà, forse era giusto lasciar stare con i viaggi e con i sogni.
Oramai erano passati dalla Rossa quasi 7 anni.
XXVIII° Frammento: Indietro nel tempo.
E’ del tempo che non parlo della Rossa. Avrei preferito, visto la sua assenza, non scriverne più, ma considerata la grande importanza che ebbe nella mia vita, credo sia giusto e doveroso, riscoprirla e ricordarla in un modo più rispondente a quello che fino ad ora avete letto.
Manca perché giustificata dal destino e non essendo questo un particolare trascurabile, forse vi chiederete, perché manca proprio lei in questo scorcio della mia vita?
La risposta non è semplice, posso solo accennarvi che entrambi l’abbiamo amata a modo nostro; io e il destino!
E se anche questo può sembrare incomprensibile, ora vi spiegherò perchè Lui le concesse una vita più lunga di quella che avrebbe dovuto avere, mentre io accettai di perderla, pur che questo accadesse.
Sei anni prima.
Una notte dopo esser tornato tardi per via del gioco, rincasando trovai
L’aria pungente con insistenza, alitava contro le finestre, mentre lei avvolta in una coperta, rannicchiata guardava il vuoto con i suoi grandi occhi verdi, gonfi e cerchiati dal pianto.
Oramai quelli erano gli abituali ritorni, di chi si leccava le ferite in silenzio, serate destinate a chi era perdente.
In quei casi non c’era bisogno né d’accusa né di una difesa.
Per troppo tempo c’eravamo feriti e così nel silenzio, si decise entrambi di non far rumore, ritrovandoci l’uno accanto all’altro, ma questa volta di spalle.
Per un po’ i miei pensieri andarono in sincronia con l’intermittenza delle luci di un albero natalizio, posto oltre le finestre.
Con quelle riflessioni inondai lo spazio della stanza in un continuo dissolversi e ricrearsi. Poi... i nostri occhi s’incrociarono a dispetto di quel che voleva il destino e in quello sguardo trovammo ancora la forza per l’ultima volta di andare “oltre quel che eravamo”
Fu così che vivemmo gli ultimi attimi della nostra fuga senza scampo.
Basta poco.
Dormi nel silenzio di un pomeriggio d’inverno.
Tutto tace nel giardino oltre il vetro delle finestre.
Tutto tace nei tuoi pensieri oltre i capelli e la mente.
M’accorgo all’improvviso d’esser accanto al tuo fiato.
Lui è come una carezza leggera
passa e silenzioso culla il mio riposo.
La nostra è una piccola stanza, come le pretese
di chi si circonda di semplici cose.
Tutto è sparso un po’ quà e un po’ là.
Anche gli abiti stanchi e le scarpe baciano il pavimento.
Essi sono come tutto il resto, solo una cornice,
a quel nostro vivere leggero.
Mancano solo le parole a quest’atmosfera ma ora non
sono necessarie, il bianco e nero sono colori che si addicono
al silenzio e a questo mio starti accanto.
Ora la tua età non ha più ragione di esistere,
per come sei bella,
per come sei vera.
Unica per questo tuo generoso mostrare.
C’è così poco nel nostro piccolo che decidiamo
di regalarci quel poco nel silenzio,
in queste ore dove la ricchezza è ottenuta
dai nostri corpi nudi, percorsi
in ogni dove, senza limitazioni, ne fine.
Chi potrà mai capire dal di fuori
quali sensazioni,
quali emozioni, possono offrire
i minuti del nostro stare insieme.
Sì è vero, nel mondo stasera è l’ultimo dell’anno c’è confusione,
si ride, si balla, si canta, ...si è in tanti... e tutto è una luce,
e tutto è un clamore, ...c’è musica, festa, regali,
ma a noi cosa importa,
...e poi, ...cosa ne sa la gente, di com’è bello
il nostro silenzio... in bianco e nero.







