XXXV° Frammento: Il sogno.
Al suo completo risveglio, la prima frase s’indirizzò a me che, poggiato da un lato del letto, guardavo chinato il pavimento.
- Perché mi fai questo? Non ti ho forse amato abbastanza? Mancava qualcosa alle mie parole e ai giorni che ti ho dedicato? -
Me lo domandò, mentre tremante si portava le mani ai lati del volto.
Un gesto questo che faceva solitamente accompagnandosi i capelli con un legnetto che lei abilmente intrecciava.
Arricciati alla nuca, nuovamente alzò lo sguardo, continuando.
- Ho fatto uno strano sogno, mentre dormivo. Mi trovavo in fondo ad un pozzo, nel buio, con la paura nel cuore. Conoscevo il perché ero lì, ma continuavo a non volerci credere, poi qualcosa, mentre piangevo mi chiese di non aver paura.
Avevo i piedi nell’acqua ed ero bagnata. Così mi accucciai su me stessa per il freddo. Nel chinarmi, guardai quell’acqua e pensai alle mie lacrime. Tu non c’eri, nonostante avessi chiamato molte volte.
Di lontano qualcuno si avvicinò assicurandomi che presto sarei stata salva poi mi convinse a guardare la luna nell’alto del pozzo.
Incoraggiandomi sostenne che il mio volto era come il suo.
Per tutto quel tempo, ho avuto la sensazione, come di ascoltare dei passi. Mi calpestavano ad ogni passaggio, mentre io ero lì sotto al freddo e al buio. Facevano lo stesso rumore delle tue scarpe, mentre sei solito rientrare la sera. Quando ho smesso di piangere, allora ho visto venir giù da quella porzione di cielo che si vedeva, altre lacrime, ma questa volta non erano le mie.
Allora mi è parso di sentire la tua voce, parlare con chi mi aveva chiesto di star calma, anche se di lontano ti assicuro che ho ascoltato il tuo pentimento, per quell’assenza, divenuta con il tempo, infinita.
Al tuo smettere di piangere, il cielo si aprì sopra di me, risucchiandomi al suo interno, fin che di nuovo mi svegliai. -
Era così bella, la Rossa, in quella notte che preferii rimanere in silenzio, un silenzio promesso e mantenuto fino ad oggi.
Io, Te e l’Amore.
Quando ci siamo visti la prima volta,
non abbiamo contemplato i nostri corpi,
considerato le nostre età,
abbiamo guardato “oltre” il passato che indossavamo.
E così, siamo scesi attraverso gli occhi
fino al profondo amore.
I nostri nomi potevano benissimo essere altri,
come le città che abitavamo, e il tempo
di quel tempo.
Quando ci siamo amati,
non abbiamo amato l’esterno di ciò che presentavamo,
ma il suo contenuto, riuscendo a desiderare “oltre”
gli egoismi terreni.
Perché ognuno rappresentava per l’altro,
la base eterna dei sentimenti,
là dove non c’è colore di pelle,
differenza sociale,
religione, età.
Noi ci siamo amati convinti,
senza escludere nulla al destino, perché
io e te non abbiamo preteso
di essere la verità,
non abbiamo mai detto
di essere i padroni
delle certezze, perché un Dio
ti fece donna tra le donne,
come me uomo tra gli uomini.
Quando ci siamo visti l’ultima volta,
allora sì che abbiamo
riacquistato le nostre età,
riavuto i nostri corpi,
soffermandoci sui nostri passati.
Ma è ancor più vero dell’amore
visto attraverso i miei e i tuoi occhi,
quello resta e resterà ancora in noi,
“oltre” le ragioni e le volontà,
perché a differenza di me e di te,
l’amore è immutabile
al passar delle stagioni.
Appena ieri.
Ora che gli anni son passati, anche la Rossa è divenuta la cima di una montagna, che intravedo appena.
Si è assestata, in una catena montuosa, dove con altre sommità domina lo spazio temporale delle valli sottostanti.
Di lei, non ho neanche il profumo dei suoi capelli, il ricordo del perimetro del viso, o il tremore di una sua antica carezza.
A distanza di tempo mi chiedo se sia utile oppure no, domandarsi se l’ho veramente amata?
Lo chiedo a voi che avete adorato e poi dimenticato in fretta, e lo chiedo anche a voi che continuate ad amare nonostante l’amore non ci sia più!
Qualunque sarà la vostra risposta, io ho deciso di non pensarci più.
Desidero figurarla nella mente, mentre chiudo il sipario di questa storia, come un corpo celeste nell’infinito universo d’altre galassie.







