IV° Frammento: La conferma.
Due giorni dopo, a casa di Franco un amico, segretario all’università di Roma, decisi di riprovare l’esperimento, ma questa volta volevo che qualcuno assistesse per comprovare quanto effettuato in precedenza.
Convinta la ritrosia della Rossa, ci ritrovammo nell’abitazione di quel mio conoscente alle 5 di un pomeriggio invernale.
Nel tragitto che compimmo con la macchina, in continuazione la Rossa mi ripeté più volte che quello non era il giorno giusto.
Convinta del contrario ci preparammo al secondo evento.
Stesa su di un lettino in una cameretta per bambini, la ragazza dal volto ingenuo chiuse gli occhi dicendomi di far presto perché non voleva far tardi a casa.
Contando e riproponendo la stessa scaletta della volta precedente, bastò poco che la Rossa avesse la stessa reazione del primo esperimento.
Al principio nella stanza c’eravamo solo noi due, poi di seguito chiamai il mio amico il quale si disse scettico e molto perplesso per quel che proponevo.
Nel vederla sdraiata e addormentata Franco mi chiese di provargli che quella sua apparente catalessi era realmente effettiva.
A quel suo esigere pensai di proporre la stessa identica azione fatta nella macchina, così la strinsi per un braccio con il palmo di una mano con tutta la forza che avevo, ma come speravo nulla accadde.
Franco, a quella visione non si scompose più di tanto, anzi rilanciò una nuova idea, un’iniziativa che definii demenziale ma che lui mise subito in atto.
Preso un accendino lo passò più volte sull’avambraccio della malcapitata Rossa, la quale ignara rimase immobile al suo posto fino a quando non suonò il citofono.
Inaspettatamente, Daniele, un amico di entrambi era lì di passaggio.
Salito e informato dell’accaduto ci chiese se fosse possibile fare un'altra prova in sua presenza. Titubante ma nel frattempo eccitato dal risultato di quell’esperimento, accettai.
Daniele, allora chiese il permesso di andare oltre. Per lui andare oltre significò presentarsi poco dopo con in mano una forchetta dopo aver girovagato nelle stanze in cerca di un’idea.
Non feci in tempo a chiedergli cosa volesse farne che la conficcò nel braccio già torturato della Rossa, la quale anche questa volta come nelle precedenti non fece un fiato, rimanendo impassibile con la testa poggiata sul cuscino.
Visionati i fatti, Franco e Daniele nell’uscire dalla stanza decretarono che tutto ciò non provava assolutamente nulla.
Vista l’ora tarda, ripetei il solito rituale per farla riavere, ma alla conclusione di quanto fatto, la Rossa non dava segni di ripresa.
Rendendomi conto che anche ai miei richiami verbali non rispondeva, alzai il tono della voce fino a scuoterla, nonostante ciò, non ottenni nessun effetto. Questo accadeva, mentre rammentavo le parole riferitemi prima del nostro arrivo: “Quello non era un giorno propizio”.
Preso da spavento, in un impeto di sgomento la schiaffeggiai una due, tre volte ma ancora senza esito. Nel momento stesso che pensavo al da farsi, vidi la sua bocca arrossarsi improvvisamente, dalle gengive, sopra gli incisivi iniziò a fuoriuscire un rigagnolo di sangue, così purpureo che tutti i colori intorno sbiadirono nel nulla.
A quella vista la paura divenne terrore e lo sgomento confusione.
Avvicinandomi al suo volto, la supplicai di rinvenire stringendole il viso nelle mani.
Promisi ad alta voce di non riprovare mai più, poi la carezzai tremando mentre altre parole sconnesse prendevano piede nella concitazione.
Abbassando il capo totalmente su di lei con la convinzione di aver commesso qualche errore, mi lasciai andare ad imprecazioni, mi maledissi, mi rimproverai, pregai fino a quando sentii lo sbattere delle sue ciglia contro le mie guance, un fatto questo che mi fece indietreggiare per lo spavento.
La Rossa come in un miracolo era tornata, con gli occhi aperti mi rivolgeva lo sguardo senza parlare, mentre io stringevo le sue mani nelle mie.
Era tornata come se una morta fosse di nuovo in vita, era lì sporca di sangue, mentre io ora guardavo il pavimento.








