VI° Frammento: Il ritorno in scena.
La mattina seguente al risveglio, in quel vuoto che si era creato intorno a me, sembravo aver riscoperto all’improvviso una sana libertà dove non mi sentivo più obbligato, ma indipendente di fare quello che più sentivo.
Spesso sono criticato per questo mio modo di agire, a dire di molti da incosciente.
Eppure il lasciarsi andare alla corrente non sempre è deleterio, soprattutto se quel che fai non ha uno scopo esclusivamente egoistico.
Preso un caffé al bar decisi lì per lì di andare a trovare la Rossa, in ospedale.
Al mio arrivo le cose si misero subito male, ad attendermi c’era il padre della ragazza, il quale nel vedermi si scagliò verso di me inferocito mulinando braccia e gambe.
Le cose si normalizzarono solo dopo l’intervento d’alcuni infermieri e dottori che riuscirono a sedare gli animi.
Prendendomi di lato, la Rossa mi accompagnò all’interno della sua camera, dicendo ai suoi che voleva parlarmi con calma.
Seduti al bordo del suo letto mi raccontò quello che era successo in quei due giorni, lo fece prendendomi per mano quasi fossi io il malato, agì quasi potesse leggere il malessere della mia anima.
Ricordo parlò per una ventina di minuti, continuamente come un mulino che avrebbe girato perpetuo nel vento, se qualcuno non l’avesse interrotto.
Di quanto disse non sentii nulla, notai solo un fascio di luce entrare dall’immensa finestra alle sue spalle. Un bagliore pareva la vestisse, mostrandomela come mai l’avevo vista.
Nel parlare mi confermò che la mattina stessa sarebbe uscita, poi mi chiese se tra noi fosse tutto finito.
Non sapendo cosa rispondere, mentii. Risposi che non ero in grado di capire in quel momento cosa provassi ma che era indubbia la mia voglia di rivederla. A quel punto la Rossa mi disse di aspettare e facendo leva su quanto accaduto pochi giorni prima, chiese ai suoi genitori di uscire in mia compagnia dall’ospedale.
Permesso che le fu accordato, anche se a denti stretti.
Alle quattro, sbrigate le pratiche burocratiche, ci ritrovammo fuori dell’ospedale in macchina.
In un pomeriggio d’inverno mi ritrovai con accanto quella ragazza senza sapere perché mentre una sensazione di vuoto agiva sul mio essere separandomi da tutto ciò che mi circondava.
Nel momento in cui le immagini del mio arco vitale iniziarono a passare, riuscii addirittura a vedermi, e poi ad ascoltarmi.
Tutto questo assomigliava ad un eco lontano venuto a cercarmi. Mi chiedeva cosa facessi lì!
Forse era la mia stessa vita che me lo domandava, un’esistenza che priva d’inerzia si ritrovava ferma ad attendermi ad ogni semaforo rosso.
Ovunque guardassi c’ero sempre io, e come in uno stagno, in cerchi concentrici andavo e venivo, sempre meno convinto, oramai completamente fermo.
In quegli istanti mi accorsi di quanto era insolito volgere lo sguardo nello specchio del proprio animo, alle sette di un pomeriggio d’inverno.
Nell’oscurità di un bar mi ritrovai poi, quasi per caso, seduto di fronte alla Rossa chiusa nel suo giaccone blu, entrambi cercavamo con gli occhi il mondo, mentre il silenzio ci spiava.
All’improvviso una frase della Rossa echeggiò e come una frustata mi fece tornare in un sol colpo alla realtà. Mi chiedeva di passare la notte insieme. Desiderava anche se solo per una volta dormire al mio fianco.








