domenica, 21 gennaio 2007
VII°Frammento: Lorenzo.                                                
 
                        Alle due di quella stessa notte… dopo aver fatto l’amore e conversato ci ritrovammo a discutere dell’ipnosi e dei nostri esperimenti.
Ridemmo per com’erano stati eseguiti, dimenticando anche il perché furono messi da parte. La Rossa mi prendeva in giro sostenendo che gli avevo promesso di andare a scoprire il suo passato di bambina e che invece nessuno di quegli impegni era stato mantenuto.
Toccato sul vivo da quel ridere, le feci notare che in quelle occasioni i risultati furono scadenti a causa della fretta e della poca atmosfera, dell’impreparazione, e del fatto che anche da parte sua c’era stata poca partecipazione.
In quella circostanza, io per un motivo e lei per un altro, guardandoci negli occhi, ci sfidammo.
Decisi, ci promettemmo di fare un ulteriore prova, considerandola l’ultima in caso negativo, così stabilito, la Rossa si sdraiò poggiando il capo sul cuscino.
 
 
 
                        Ricordo quella notte piovosa come fosse ora, rivedo la finestra che dava sul giardino, e le ombre andare e venire per via di un lampione fronte strada.
Ciò che rimane di quel passato è poco e niente, solo questi momenti. Il mio posto però è ora differente, io sono aldilà dei vetri bagnati come uno spettatore e guardo. Quasi fossi nella platea di teatro.
Tutto è così ancora vivo nella memoria, da sentire ancor oggi, a distanza di tempo, lo stesso scandire del lento avviarsi del mio conteggiare e del suo progressivo rilassamento.
Volevo andare “oltre”, desideravo scovare cosa c’era nel suo passato. Volevo impossessarmi dei suoi tesori nascosti.
Lei mi affermò che dentro teneva un segreto mai confidato a nessuno, così rimarchevole che se non era certa di un amore sincero, il tutto sarebbe rimasto nel profondo.
Finito l’intervento iniziale, tutto procedeva come previsto, la Rossa distesa dormiva nella più totale tranquillità, l’intera situazione era sotto controllo.
A quel punto, la mia voce formulò la prima interrogazione.
- Mi ascolti? - le chiesi con parlare calmo e delicato. – Percepisci la mia voce? –
Quelle azioni di chiamata, si ripeterono due, tre, quattro, cinque volte, ma nulla successe fino al momento in cui mi sembrò di avvertire qualcosa, forse un lamento.
Allora di nuovo le riformulai la domanda, ripetutamente, esortandola a rispondermi, ma nessun esito ebbe la mia richiesta, fino a quando l’attenzione fu spostata alle sue braccia, poste lungo i fianchi.
Improvvisamente s’irrigidirono, mentre le sue mani iniziarono dapprima a graffiare le lenzuola e poi a stringerle, poi le tirò inarcando il petto, come a voler prendere le forze dai polmoni stesi.
A quel vedere mi tornò in mente il ricordo di quanto successo l’ultima volta a casa del mio amico e cosi ebbi un tremore associato all’inizio di un violento temporale.
Nell’indecisione se smettere oppure no quell’esperimento le portai le mani al viso per sincerarmi che non perdesse sangue, poi tentai di calmarla, pregandola di stare tranquilla.
Incurvando di nuovo il corpo e tenendosi piantata con le mani contro il materasso contrasse il viso, piegando poi il mento.
La bocca in quel preciso istante risucchiò il fiato dai polmoni fino a portarlo in superficie.
In quel momento sotto un turbinio di pioggia e il fragore di un tuono, mi chiese - Chi sei? - Me lo domandò quasi non conoscendomi.  
Meravigliato per via di quell’insolita domanda, rimasi in silenzio, fino a che lei m’interrogò di nuovo, - Chi sei? -
Impietrito dallo sbalordimento risposi d’essere chi conosceva, ma questa mia affermazione non parve convincerla. Me n’accorsi dallo strano modo in cui mosse le sopracciglia, sollevate e dubbiose.
Allora fui io che le domandai chi fosse. A quella mia richiesta una voce affaticata e gutturale pronunciò sillabandolo un nome d’uomo a me sconosciuto. - Sono Lorenzo, - e poi di nuovo. - Sono Lorenzo. -
Nel ripresentarsi determinò in me, paura, gioia, curiosità, emozione, perplessità, timore, felicità come se in quell’introduzione ci fosse la scoperta di un nuovo pianeta nel sistema solare.
Nonostante la fatica, Lorenzo senza che nessuno glielo avesse chiesto, mi descrisse il luogo dove era come se una necessità lo spingesse a fare questo.
- Sono su di un balcone, e in braccio ho una bambina, ma non riesco a vederla. Entrambi, - mi disse - osserviamo il cielo. -
Nello spazio mi riferì di scrutare aeroplani passare allineati come in una parata acrobatica. - Transitano su di noi e la bambina tenuta in braccio è felice.-
Descriveva quel suo racconto come se tutto accadesse lì, in quel momento.
Poi pian piano la sua voce affievolì e a nulla valse il mio chiamare ripetuto, e a nulla poté la supplica a restare.
Nell’ andare via o per meglio dire all’interrompersi della voce, la Rossa si portò nuovamente con la schiena a contatto con il materasso, lasciando che le braccia e le mani perdessero la presa.
Tornò così, nella stessa posizione di partenza con i lineamenti del viso rilassati e non più contratti dallo sforzo, io da parte mia rimanendo poggiato su di un fianco continuai a guardare il suo volto e la sua bocca ancora per alcuni minuti fino a quando...
 
 
                        Preso da euforia per quanto era accaduto dovevo immediatamente raccontare il fatto alla Rossa. Presto detto la riportai con le dovute modalità ad uno stato normale assicurandomi che stesse bene.
Ogni volta che si risvegliava il tempo per lei non era mai passato, apparivo ai suoi occhi come un istante prima dell’esperimento.
Sembrava avesse un taglio nei suoi ricordi, niente di ciò che accadeva era memorizzato.
Alle sue continue richieste le presi le mani e poi le chiesi di credermi, mi sentivo stranamente imbarazzato a dover raccontare che avevo parlato con una voce di nome Lorenzo, e che quella voce usciva dalla sua bocca.
Quindi presi le dovute cautele non tanto perché avessi paura di una sua reazione emotiva, quanto per non esser preso in giro.
Nel riprendersi totalmente, iniziai a raccontarle ciò che avvenne. Con stupore la vidi tranquilla, non fece i soliti sorrisini ai quali era abituata. Avendo parlato genericamente di questa voce, mi chiese di dirle altro.
Appena pronunciai il nome Lorenzo associato al racconto, lei sbarrò gli occhi e tremante mi chiese altri particolari. Da parte mia sforzandomi di ricordare le snocciolai tutto per filo e per segno.
Al che, la Rossa guardandomi fissa mi pregò di smettere con quello scherzo.
Le parti improvvisamente si erano invertite, ora era lei che si credeva presa in giro.
Rimanendo seria e pensosa mi domandò come facevo a sapere quelle cose e come avevo notizia di Lorenzo.
Tra l’incredulo e l’indagatore le chiesi di quale Lorenzo parlava.
La Rossa tiratasi su e poggiatasi ai cuscini, nel fragore di un tuono mi raccontò che anche un suo zio, aveva lo stesso nome.
Fin qui nulla di particolare pensai dentro di me, il quale era stato aviere, anche questo non mi significò niente, ma appena lei mi elencò la terza informazione, come se qualcuno si fosse presentato alle mie spalle sobbalzai sul letto.
Quel Lorenzo di cui parlava, era morto, venti anni prima.
Nel sentire quella notizia la notte mi parve più buia del solito, mentre le pareti in un gioco d’ombre presero a vivere con la mia paura, un sentimento questo palpabile come un tessuto dalle spesse trame.
Poi aggiunse un particolare curioso.
La mamma della Rossa che a quel tempo era incinta, decise d’accordo con la famiglia di mettere in omaggio allo zio morto il suo nome al futuro nascituro.
Alla mia domanda sulla bambina che teneva in braccio, la Rossa rispose di non essere lei, ma sua sorella più grande di un anno.
Quella notte rimanemmo svegli e increduli di quanto successo, per paura, per l’eccitazione, per lo sgomento, si alternavano in noi queste emozioni come coriandoli in un carnevale. Tanto è vero che si fece mattino con gli occhi aperti.
postato da: provaacapire alle ore 11:45 | Permalink | commenti
categoria:7° capitolo - libro