INTRODUZIONE
Iniziai a scrivere questo libro, infinite volte, la prima a diciotto anni.
Quasi sentissi in me fin da allora, la predisposizione a questo compito, un desiderio che mi ha cresciuto e trasformato nel tempo, con un susseguirsi d’esperienze che ora ho qui elencato.
Scherzosamente qualcuno affermò che assomigliavo ad un giovane cuoco ansioso, dall’innata voglia di tentare, il quale nonostante i pochi ingredienti e una foga mal trattenuta, si mise ugualmente alla prova nel desiderio di allestire un pranzo veramente speciale per poi in seguito rinunciare.
Purtroppo, nel tempo, di questi tentativi ne realizzai parecchi, perdendo di vista e poi ritrovando questa vocazione come se essa fosse un’ombra fedele.
L’impazienza e la costanza, sono state le maggiori antagoniste a quella che io ho definito la mia idea di base[1], due compagne, con le quali ho imparato nel tempo a convivere.
Dedico quest’ipotetico pranzo a coloro che insieme a me hanno cercato, inseguito e sperimentato la vita in ogni forma e luogo, ponendosi a metà strada tra il dubbio e la certezza, così da poter abbracciare diverse filosofie di pensiero.
Oggi che ho ritenuto di esser nuovamente pronto, prego i lor signori di accomodarsi scevri da pregiudizi, nella speranza che questa volta gli ingredienti ci siano tutti.
Prima di lasciarvi voglio raccontarvi un piccolo aneddoto; quando ero ragazzo, ogni volta che mi guardavo nello specchio, avvertivo sul mio viso liscio come una lama, la parvenza di una barba bianca.
L’immaginazione la poneva sul mio volto, nonostante l’età, assecondando quello che era già un recondito desiderio.
Sul più bello però, a causa dei miei folti capelli neri e ricci che non legavano con quell’insieme, tutto sbiadiva, ed io non riuscivo a mantenere quella visione così discordante. In questi anni ho compreso che lì, in quello specchio, celato c’era il confine tra ciò che era il mio presente e un ancor lontano futuro.
Una mattina nonostante il "nulla", tentai di radermi ugualmente come poi a diciotto anni cercai di scrivere, ma poiché sulla faccia non c’era barba, così nelle mie righe non trovai contenuti. La conclusione di quell’inutile bravata, fu di ritrovarmi con un taglio sul viso e una copiosa perdita di sangue in un fazzoletto.
Ora che gli anni son passati, e i miei capelli neri e ricci non ci sono più, alcune volte mi fermo a guardare nello specchio la mia barba bianca, ora più di quella nera.
Nel vedermi, scorgo sul mio viso troneggiare una macchia, in ricordo di una ferita e di un’esperienza, di chi ha cercato inutilmente in quel presente, un futuro ancora troppo lontano da poter esser a quel tempo solo immaginato.
Ora posso raccontare di quella macchia e di quella ricerca, posso perché ho gli ingredienti, ho le parole e il mio viso nello specchio da anni più non scompare.
E’ stato così che ho scoperto che i tempi prestabiliti da un orologio chiamato destino sono rigorosamente allineati e incontrovertibili, a nulla vale quindi arrivarci prima, prendendo scorciatoie.
Il mio errore, se così lo vogliamo chiamare, è stato sempre quello di arrivare in anticipo nelle stazioni della vita, impaziente come lo sono i bambini davanti ai regali di una festa.
La vita probabilmente è il regalo di una festa che non si dona sulla terra ma ancor prima.
Enrico Carlostella
[1] Parlerò dell’idea di base alla fine del libro. Consiglio il lettore che come me ha sempre fretta, a voler pazientare per non render vana la lettura.








