mercoledì, 14 marzo 2007

 

Storia d’amore e d’amicizia

 

 

Ce un vuoto oggi nei nostri cuori,

Ivan Ivanovic è partito.

E’ come se ad un tratto al

nostro sguardo sia mancato

il campo di grano che per tutto

l’inverno era pian piano cresciuto

oltre le finestre della dacia

lungo il fiume.

Tutti ci si aspettava di vederlo

maturo e ora che lo era, in tutta la

sua maestosità, alto e biondo,

per uno strano gioco del destino

la mietitura di una spada lo aveva

falciato, offrendolo alla nuda terra.

E’ accaduto stamane, tra le nebbie

fitte delle campagne alla porte

della gelida Leningrado la dove

conobbe l’amore e ora la morte.

E’ accaduto come nei racconti

da lui scritti, in un duello,

dove in palio c’era la sorte.

Vestiva di una sottil guisa bianca

gonfia di vento e ardore,

e stivali lucidi a specchio.

Andava convinto di ritornare

e come l’estate che passa,

e che da inutili appuntamenti

al cuore di chi ama,

anche lui sostenne la parte

di chi volge lo sguardo al

tempo e lo osa sfidare.

Ivan Ivanovic nel vederti riverso

in terra pensai che di li a poco

ti saresti rialzato

come quando con le spade di legno

da bambini ci affrontavamo

nell’acquitrino dello stagno,

ma oggi che ti ero padrino,

sei rimasto fermo

con i capelli sparsi

a far da saluto nel vento.

La lettera che mi hai dato

per la contessa Natasha Stepanova

credo farà di te pianto per

le prossime stagioni

le stesse che ti cullarono

per breve tempo.

 

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categoria:poesie d amore, poesie fantasiose
sabato, 20 gennaio 2007
Il Re ed Io.
 
Sento l’amore avvicinarsi,
anche se lontano nella strada me ne stò,
perché basta un solo pensiero
legato a quel supremo sentimento
che tutto il mio cammino
non è più fatica.
Nel cammino che ho percorso fino ad ora
o mio compagno di viaggio,
di un amore ho raccontato
a tutti quelli che esploravano
come me il proprio animo.
Ed oggi è a te che dirò
“C’era una ragazza che innamorata
con gli occhi del suo cuore,
dalla sua casa fuggì, in mattini freddi,
per scaldarsi ai piedi del suo Re.
Un Re che teso a prendere
non ebbe cura di quello che
il suo Dio gli offrì.
Così Lui fece festa con Lei
e per Lei imbandì tavole di parole
facendole credere che i tramonti
su di un quadro,
fossero uguali a quelli che stanno in cielo.
Ma nei domani di cui Lui parlò,
non venne mai nessun pittore
a dipingerne la tela, anzi
venne il tempo in cui il Re
perse il trono e la sua corona,
così gli abiti e gli onori,
riducendo quel Re a mendicare.
Ma Lei con gli occhi di chi ama,
continuò a stargli al fianco
senza farsene una pena.
Allora il Re rapito dal suo egoismo
mille volte partì in cerca
di un nuovo regno,
assicurando che il suo amore
voleva costruire,
ma i suoi castelli di sabbia
in riva al “Mare delle Illusioni” edificò.
Erano castelli dalle mura orlate,
dai ponti levatoi e dai cento passaggi segreti,
ma tutto ogni volta fu
dalle onde della vita spazzato via.
Lui allora come un bambino al suo
Dio chiese il perché?
- Perché non mi rispondi
quando affermo che l’amo?
E che son pronto finanche a morire
per Lei! -
In verità tutti sapevano
che preso dalla sua follia,
fu Lui che non udì voce e così risposta.
Per questo, partì
errante per il mondo, alla ricerca
di risposte.
Nel cuore di Lei
da quel momento
si formò un lago salato,
le cui acque non furono mai portate
alla luce, perché gli occhi
di giorno non piansero mai.
Abbandonato da tutto e da tutti,
quel Re si trovò perduto e dimenticato
tra le macerie di una vita
che non ebbe vincitori,
ma solo un uomo sconfitto.
Questo perché chi crede
che l’arroganza, la tentazione,
l’egoismo, siano alla base di un amore
e di quell’amore il proprio Re,
non sa, di quel Re
che dinanzi al suo Dio s’inginocchiò,
pronto a scontare per amore le sue pene.
- Straniero dov’è quel supremo sentimento
di cui tu parli? - 
- E’ là, di fronte a noi, amico mio.
Dietro ai monti costruiti da quel Re! -
- Ma tu chi sei?-
- Ora, soltanto un uomo! -
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sabato, 11 novembre 2006

...Il pelo in gola.

Posso dirti, posso darti,

posso prenderti e lasciarti,

posso osare, non osare,

lasciar perdere o tentare.

Posso scegliere, esser scelto,

dentro e fuori da ogni letto.

Posso fingere, sospingere,

Posso scendere o restare.

Posso credere non credere

per capire, per comprendere,

per sorprendere o ferire.

Quante cose posso!

Forse tutto, forse niente,

tra i pensieri della gente,

tra i pensieri quelli miei.

Tra gli insulti, i sussulti

di chi va e di chi viene;

alla corte di male o bene,

nella sorte di vita o morte.

Posso dirti, posso darti,

ma in verità non posso niente...

Cambiare? Cambiarti?

e poi Dio...dimmi...

chi lo sente!

 

 

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giovedì, 19 ottobre 2006
LA LAVATRICE
 
 
C’è chi afferma che le cose non hanno un’anima
tutto questo forse è vero, ma oggi nel vedere
che mia sorella faceva portar via la vecchia lavatrice
non so perché, ma per un attimo me sembrato
che tra noi qualcosa accadesse.
Quella lavatrice avrà avuto la mia stessa età,
fu lei che mi fece da primo libro di scuola
quando al bagno da bambina leggevo
il suo nome aiutata dalla mamma.
Aveva i numeri messi in fila quasi fosse una lavagna.
Mi faceva compagnia, quando rullava i vestiti
che tutti colorati sembravano un arcobaleno.
Poverina non si è mai lamentata del gran lavoro
che in famiglia le abbiam procurato, nessun dottore
neanche ora, solo il bisogno di averne una nuova.
Forse quella che prenderà il suo posto avrà luci,
simboli e mille tasti. Lei ne aveva uno solo, così
grande che la mia mano da bambina era un appiglio per non cadere.
Credevo che il suo oblò fosse una finestra, come in una casa,
così ogni tanto vedevo chi ci abitasse dentro, anche
le mie bambole videro il suo interno.
A vederla ora non splende più nel suo bianco laccato
e la sua stazza è un po’ su di peso, in confronto
alla nuova generazione. Eppure lei ha continuato a comprendermi,
anche quando gli altri non mi ascoltavano.
Con la testa mi ci poggiavo sopra, chiusa a chiave
per non far vedere… le lacrime che solo lei ha saputo capire.
Non le abbiamo mai dato un nome tanto era sempre al suo posto
anche dopo anni d’innegabile fedeltà.
Quando per le scale si sono incontrate, lei se messa da parte,
mentre l’altra passava tra le congratulazioni di tutti.
Quando è stata caricata sul camion dei rottami, mi ha
strizzato l’unico occhio come per farmi capire che poi dopotutto
anche per lei era giunto il tempo di un meritato riposo.
“ – Quanti grembiuli mi hai lavato – pensai e qui nessuno che ti ringrazi! –
“ – Non ti preoccupare – mi rispose – smetti di piangere e apri
la porta del cuore, tutto prima o poi… si asciugherà al sole.
 
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